“Si può fareeeeeeeeee!”

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Di

Wilderdi Alessandro Schirm

Come dimenticare la frase topica, forse più usata di uno dei film cult degli ultimi 50 anni?

Gene Wilder, con gli occhi strabuzzati che grida al cielo il suo essere diventato come Dio per aver dato vita al mostro di Frankenstein.

Ma niente orrore per questo film, che racconta in chiave comica una delle più catartiche storie del diciannovesimo secolo. Frankenstein Junior del 1974 resta forse l’interpretazione più geniale di un attore eclettico e spettacolarmente buffo.

Si sono spenti i riflettori ieri per Gene Wilder, si sono spenti sui suoi ricci ribelli, sui suoi occhi azzurri stupiti sul mondo e sulla sua faccia paffuta. Un mix di bellezza e ridicolo, una di quelle facce che hanno segnato il cinema soprattutto degli anni ‘70 e ‘80, insieme a Mel Brooks, che come regista lo diresse numerose volte.

Seppur la sua faccia stranita abbia calcato molti palcoscenici, io lo voglio ricordare in quel geniale bianco e nero, con una spalla d’eccezione nello stroboscopico Marty Feldman e la giunonica Teri Garr nella procace parte dell’assistente Inga. Ma senza Peter Boyle a fare la creatura, Frankenstein junior, non avrebbe forse avuto il suo successo, nonostante la parte di Wilder. La panoplia di attori non può essere citata nel suo totale, ma rimane uno dei mix più riusciti e comici del periodo. Wilder è come un direttore d’orchestra in questo film, veleggia cucendo il tutto, tenendo i fili di una storia che risente fortemente dell’amore per l’assurdo di Brooks (che ricordiamo soprattutto in Balle Spaziali, una fantastica parodia di guerre stellari).

Jerome Silberman, questo il suo vero nome, oggi galleggia nei nostri cuori, coi suoi occhi trasognati e il sorriso sghembo, continuando a farci ridere nella sua parte del nipote di Frankenstein, anche se fu consacrato da Mel Brooks nella prima versione, poi ripresa da Johnny Depp, di Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato.

Forse il più geniale ebreo dopo Woody Allen, ha condiviso con lui il periodo storico e l’amore tutto ebraico per l’umorismo, rifugio al dolore. Grazie a Gene, che ci ha insegnato, oltre al suo film, che qualunque cosa “si può fareeeeeee!”.

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