Svizzera peggio di Vietnam e Uganda?

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Di

imagedi Alessandro Schirm

No, rilassatevi, non è una classifica sui diritti umani o sul tasso di corruzione. Però, un po’ da pensare dovrebbe darcelo. Infatti, delle statistiche sui lavoratori stranieri specializzati ci bacchettano sulle dita.

Anche se di alto standing, questi lavoratori non si sentono i benvenuti e faticano a fare amicizia con gli autoctoni, ritenendo i cittadini elvetici poco amichevoli ed empatici. E in questa statistica siamo dietro a paesi non proprio ricchissimi, come Vietnam o Uganda, a riprova che il denaro e il benessere non necessariamente fanno la felicità.

La terza edizione di questa indagine effettuata da “InterNations”, un network e guida per espatriati di 390 paesi, ci fa scendere di 17 posizioni. E qui è difficile non vederci una certa recrudescenza di destra che vede lo straniero come il male da estirpare a ogni costo.
Se infatti la Svizzera era nel 2014 al quarto rango, in una invidiabile posizione, perdeva già 14 posizioni nel 2015 e ulteriori 17 quest’anno. Dunque qualcosa in questi tre anni è successo. Probabilmente i continui attacchi e il livore di frange di destra dell’UDC e della Lega non hanno di certo contribuito a renderci dei compagnoni nel mondo.

In fatto di simpatia siamo dunque tra i peggiori perdenti dell’anno, insieme a Emirati Arabi, Indonesia e Hong Kong.

Se sono lodate la nostra qualità della vita, la sicurezza, il sistema capillare dei trasporti e il sistema sanitario (su queste cose siamo forti, si sa), non ce la caviamo per niente bene col sistema sociale, quello delle interazioni, che ci fa scivolare, solo lui, al 64esimo posto e cioè quart’ultimi in classifica. Quelli di InterNations deducono con acume che il decantato multiculturalismo svizzero non si estende ai nuovi arrivati.

Quello che ci sta portando su questa china non è un bel modo di pensare. Il nostro paese paga l’egoismo di pochi che per loro tornaconto sobillano la gente contro gli stranieri, nessuno ci guadagna, di certo non gli stranieri e nemmeno noi, che, se magari sfoghiamo un po’ di rabbia, manteniamo inalterato il nostro modus vivendi, che con l’isolazionismo difficilmente ci guadagna. Una cultura dell’accoglienza è fondamentale al giorno d’oggi per essere competitivi e seri, e non stiamo parlando di migranti. Ma di ricercatori, dottori e manager.

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