Yelena, Alex e la sporca guerra del doping

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Di

dopingdi Libano Zanolari

Spiace deludere i “fans” (ideologici…) dell’uno o dell’altro campo, ma nella sua oscenità il caso è chiaro: da un parte il “doping” privato dell’economia di mercato incarnata dal dr. Michele Ferrari (il “medico” di Lance Armstrong), dall’altra quello dello Stato, dei Servizi segreti russi che sostituiscono l’urina inquinata dalla chimica con un’altra “pulita”. Con una differenza abissale, questa sì “politico-ideologica”: ogni tanto dalle nostre parti la separazione dei poteri funziona. La giustizia USA ha tolto dal piedistallo due semidei a stelle e strisce come Lance Armstrong e Marion Jones esponendoli a pubblico ludibrio e mettendo in cattiva luce il Paese. La Russia di Putin non poteva farla franca.

Un fantasma s’aggira per Rio: da un attimo all’altro come un angelo malefico ti scaglia dall’altare alla polvere. Nulla è più come prima, da quando il collega Hajo Seppelt della TV tedesca ARD ha messo un microfono-spia addosso a Julya Stepanova che ha registrato le confessioni dei suoi connazionali dell’atletica. Ma il rapporto del canadese Richard McLaren che ha umiliato la Russia di Putin è stato possibile solo grazie a una gola profonda ancora più autorevole: quella del direttore del Centro antidoping di Mosca, Grigory Rodchenkov, scappato negli USA dopo la morte dei suoi stretti collaboratori Vyaceslav Sinev e Nikita Kamayev, scomparsi a febbraio per cause che a Rodchenkov non devono essere sembrate troppo “naturali”. E veniamo al punto cruciale: il “rapporto McLaren” è esattamente quanto rivelato da Rodchenkov. Su questa base, senza processo e senza aver sentito gli “accusati”, tutta l’atletica russa è stata esclusa dai Giochi. Non solo: senza consultazione e senza una modifica di legge viene applicata una “Lex Russia”: vengono esclusi anche i campioni pizzicati in precedenza e che hanno già scontato la pena. I colpevoli puniti in eterno: una legge che nei nostri Stati di diritto viene applicata (e non sempre) solo nei casi dei pedofili stupratori e assassini seriali.

Prendiamo il caso dell’astista Julia Isinbajeva, un’icona dello sport mondiale: è stata controllata mille volte fuori dalla Russia, anche a Zurigo e a Losanna, e non è mai stata trovata positiva in 11 anni. Meritava perlomeno una specie di audizione/processo? Ma le ragioni di Stato della (sporca) guerra del doping non l’hanno permesso, in barba a un altro nostro nobile principio: ogni individuo è innocente sino a prova contraria. I “falchi” avrebbero voluto addirittura che la Russia fosse esclusa dai Giochi. Ma Putin ha comunicato a Bach che sarebbe stato troppo. La Russia si sarebbe ritirata aprendo una ferita profonda, una ferita che avrebbe messo in pericolo l’intero “corpo” olimpico. A questo punto il Cio ha imposto un compromesso: negli altri sport, la punizione collettiva inflitta all’atletica sarebbe stata sostituita da una individuale. Sono esclusi solo i nomi che figurano come dopati nel rapporto McLaren.

Ma attenti. la dea olimpica Nemesi è pronta a colpire: il feroce nemico del doping Sandro Donati, allenatore del marciatore Alex Schwazer rientrato dopo la squalifica con un grande tempo, e nuovamente punito, ha registrato l’inquietante telefonata di un noto giudice-arbitro (Donati dixit) ora consegnata alle autorità giudiziarie italiane e addirittura all’antimafia, in cui si invita Schwazer a lasciar perdere: a Rio devono vincere l’australiano Tallent, nettamente sconfitto a Roma, e il cinese Whang Zhen. La (spaventosa) tesi di Donati: Sandro Damilano, ex allenatore di Schwazer passato alla Cina, contatta il presidente della Marcia internazionale e lo convince a far riesaminare dal laboratorio di Colonia una provetta dell’altoatesino risultata “pulita” il primo gennaio 2016: cinque mesi dopo rivela minime tracce di testosterone artificiale. Il presidente che decide il riesame è Maurizio Damilano, olimpionico a Mosca nel 1980, casualmente fratello di Sandro, allenatore di Whang Zhen. Una “spy story” di cattivo gusto? Fra pochi giorni, a Rio, Donati presenterà le sue carte: dire che il famoso giudice-arbitro è “molto vicino” al potente clan Damilano non è sufficiente; intanto, attendiamo il nome.

Ma molti tremano: un fantasma s’aggira su Rio…

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