“Dobbiamo investire nell’economia verde prima di essere costretti a farlo”

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C’è chi ha definito l’iniziativa per l’Economia verde come protezionista, ci sono ampie parti del mondo economico che la vedono come un pericolo. Domenica, però, si è espresso a favore dell’iniziativa, a titolo personale, il vicepresidente di Roche André Hoffmann mentre il responsabile del settore ambiente ed energia di Novartis, Markus Lehni, ha detto che sebbene l’iniziativa sia di difficile realizzazione è “realista per un’azienda”. Anche Luca Bolzani, presidente di Sintetica SA, ditta farmaceutica con sede a Mendrisio e azienda leader del mercato svizzero nell’anestesia e nella terapia contro il dolore, da sempre attenta ai temi della sostenibilità, da noi raggiunto si dichiara a titolo personale favorevole a questa iniziativa.

Signor Bolzani, lei, come il vicepresidente di Roche, in via personale appoggia l’iniziativa per l’Economia verde. Esiste quindi una parte del mondo economico che non pensa peste e corna di questo tema.

Non conosco le ragioni del VP di Roche, ma credo che siamo allineati sulla stessa visione. Evidentemente, a titolo personale ci si può esprimere più liberamente, ma il mio è un titolo personale che non dimentica la mia funzione e il mio ruolo come imprenditore e come azionista di un’azienda con 200 dipendenti. E in tutto ciò non vedo una contrapposizione di interessi. Porsi obiettivi ambiziosi va bene, non è idealismo, vuol dire essere un po’ più avanti degli altri e avere una visione più a lungo termine che può portare solo vantaggi. Prima o poi tutto il mondo si allineerà con queste esigenze indiscutibili, inevitabili e ineluttabili. Quindi conviene iniziare a farlo prima degli altri.

Il fronte borghese, contrario a questa iniziativa, l’ha definita protezionista.

Non mi sembra proprio il caso di parlare di protezionismo. Il testo dell’iniziativa è molto generico, è un impegno a ridurre il nostro consumo energetico di circa due terzi. Non vengono stabilite penali, né vengono fissati degli impegni precisi. È evidente che ridurre i consumi significa ridurli davvero, cioè investire per trovare sistemi alternativi e delle soluzioni. Nel testo dell’iniziativa viene fatto riferimento solo a misure d’incentivazione di tipo fiscale e addirittura a sussidi e finanziamenti, tutt’altro che protezionismo.

I Verdi, promotori dell’iniziativa, sostengono che sarebbe una svolta che creerebbe anche posti di ricerca e di lavoro.

Io dividerei la questione in due parti: l’aspetto più generale che riguarda la Confederazione, gli investimenti in ricerca, in istituti universitari, per ricerche di energie alternative a livello federale che riguarda un po’ tutti è sicuramente ambizioso e su questo non posso pronunciarmi. Poi c’è l’aspetto aziendale: se devo pensare alla mia azienda e all’impegno che noi dovremo avere per ridurre di due terzi il nostro consumo energetico, le risposte che immagino sono investimenti e misure precise da assumere internamente, trovando degli specialisti. Ma, sempre dal punto di vista della mia azienda, non lo vedo come penalizzante bensì come premiante, perché comunque consumeremo meno, spenderemo meno in energia, saremo più indipendenti, avremo dei vantaggi competitivi su altre aziende che saranno, invece, più dipendenti dalle vecchie forme di energia. E c’è anche la questione del marketing: più si va avanti, più quello della sostenibilità è un concetto spendibile e che porta vantaggi , ma solo alla condizione di essere convinti di ciò che si fa e quindi credibili.

Doris Leuthard ha considerato il 2050 una data troppo ravvicinata per raggiungere gli obiettivi fissati dall’iniziativa. È una motivazione seria o una pessima giustificazione?

30 anni sono sempre di più un periodo di tempo lunghissimo dove possono succedere moltissime cose: il mondo si rivoluziona due o tre volte al secolo mentre, prima, si rivoluzionava due o tre volte al millennio. Il cambiamento, anche radicale, è diventato molto più rapido e frequente. È ragionevole pensare che in 30 anni le tecnologie, le possibilità e il modo di pensare e vivere delle persone potranno subire cambiamenti sostanziali. Sono cose da fare, non è un problema temporale.

Avere una scadenza però, come in ogni cosa, aiuta.

Certo, è chiaro che l’avere uno stimolo e un obiettivo chiari, un elemento di pressione vuol dire accelerare le cose, vuol dire che tutti dovremo rimboccarci le maniche e dovremo occuparci molto più attentamente del tema energetico.

Da una parte c’è chi definisce questi come allarmismi, e dall’altra c’è chi vede sempre più vicino il punto di non ritorno per il nostro pianeta. Dov’è la verità?

Non è che dobbiamo sempre agire in regime di emergenza perché altrimenti rischiamo la fine del mondo. Quello che io credo è che sia giusto, inevitabile e ragionevole comportarsi in questa maniera per l’economia in generale, ma anche nell’interesse di ogni singola azienda. Le aziende che per prime riusciranno a interpretare bene una politica energetica sana, avranno vantaggi competitivi rispetto alle altre. Non dobbiamo prendere le nostre decisioni perché siamo con l’acqua alla gola o perché siamo obbligati dalle normative, dobbiamo impostare le nostre scelte sulla base di ciò che riteniamo giusto per noi e per gli altri.

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