Fascisti international: Islom Karimov, Uzbekistan

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Di

karimovdi Narses

Nella nostra carrellata di fascisti, ducetti e dittatoruncoli vari ci rechiamo oggi nel cuore asiatico dell’ex URSS, esattamente in Uzbekistan, dove dal 1990 a ieri, giorno della morte, ha regnato letteralmente incontrastato Islom Karimov.

Karimov, un’infanzia negli orfanotrofi sovietici e una carriera di primo piano nel Partito Comunista coronata con la carica di Presidente della Repubblica Socialista dell’Uzbekistan, dopo aver proclamato l’indipendenza del Paese dall’URSS nel 1991 veniva eletto presidente con l’86% delle preferenze.

Nel 1995, alla scadenza del mandato, Karimov ha ben pensato di indire un referendum, ovviamente stravinto, per prolungare la durata del suo regno fino al 2000, anno in cui alle elezioni ottiene addirittura il 90% dei voti: verrà poi fuori che l’altro sfidante, Abdulhasiz Jalalov, si era in realtà candidato solo per fare apparire democratico il voto ma che in realtà aveva votato egli stesso per Karimov; pare, peraltro, che in quell’occasione si potesse votare solo SI per mantenere al potere il Presidentissimo, e NO per mandarlo a casa, con la piccola clausola che sia le schede nulle che quelle bianche valevano per il SI, e che il NO dovesse essere espresso in modo palese e ben visibile di fronte a guardie armate: quando si dice custodire la democrazia.

Allo scadere del secondo e ultimo mandato previsto dalla Costituzione, il nostro amico decide che a lui piace lavorare per il bene del Paese, e allora cosa fa? Cambia ancora la Costituzione stessa per allungare da 5 a 7 anni la durata del mandato presidenziale, e voi direte: “sì, ok, però non può ricandidarsi!”, ma cosa fa invece Karimov? Dichiara e stabilisce che essendosi allungato il mandato, quelli precedenti non sono più validi ai fini del conteggio, e rimane bello fermo e saldo sulla sua cadrega, fino a ieri, vincendo regolarmente ogni elezioni con il 90% delle preferenze.

Karimov, peraltro inizialmente criticato dagli USA per i brogli elettorali, è poi successivamente divenuto grande alleato di Washington a causa della vicinanza strategica con l’Afghanistan per poi essere nuovamente ripudiato in seguito al “massacro di Andijan”, la sanguinosa repressione di una protesta popolare che lasciò sul campo fra i 170 e i 1000 morti, a seconda delle fonti, e che il Presidentissimo si affrettò a bollare come fomentata dal fondamentalismo islamico. A quanto pare, peraltro, questo pretesto è stato usato alquanto spesso dal Nostro per sedare e reprimere qualsiasi forma di opposizione ricorrendo sistematicamente alla tortura: al riguardo, Human Right Watch riporta il caso di Muzafar Avazov and Husnidin Alimov, due presunti appartenenti a ‘Hizb-ut-Tahrir movimento islamico non violento, arrestati e letteralmente BOLLITI VIVI fino alla morte.

Islom Karimov, come molti altri autocrati, non ha mai risparmiato neppure la sua famiglia: della sua brama di consolidare il suo potere ha fatto le spese persino sua figlia Gulnara Karimova, consigliera diplomatica e ministro della Cultura nonché stilista, cantante pop e un paio di altre cose ancora e ovviamente a capo di un immenso impero commerciale, la quale è passata dall’essere designata a succedere al padre al passare un anno agli arresti domiciliari ufficialmente per evasione fiscale e riciclaggio, in realtà, pare, in quanto coinvolta insieme ai suoi collaboratori, tutti arrestati, in un complotto per rovesciare Karimov.

Una piccola chicca finale: ogni anno i dipendenti pubblici, circa un milione compresi insegnanti e medici, vengono obbligati a lasciare il loro lavoro e partecipare alla raccolta del cotone per raggiungere la quota produttiva (roba da piano quinquennale) imposta dal Governo, che è ovviamente anche il proprietario di detti campi. Quando si dice mantenere le buone vecchie tradizioni socialiste.

Non ci mancherà.

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