Froome, Nadal & Co. dopati? Sì, ma su ricetta medica

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Come la Svizzera curò il “paziente” Günthör.

Gli “hacker” di Fancy Bear (russi, verosimilmente) sono entrati nel sito dell’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) e hanno carpito i nomi di molti campioni che usano sostanze dopanti: non per aumentare in modo illecito le loro prestazioni (figuriamoci!), ma perché soffrono di asma bronchiale. Necessitano di Salbutamolo e Corticosteroidi: non per scattare come grilli sul Mont Ventoux (vero Chris Froome?) o per vincere 7 medaglie d’oro olimpiche (vero Sir Bradley Wiggins?), ma perché hanno il respiro pesante (e sibilante), sentono una forte oppressione toracica e continuano a tossire.

È ufficiale: se il campione (ora spuntano anche i nomi di Nadal e Farah, quattro volte campione olimpico a Londra e Rio) diventa un normale paziente… Fu la Svizzera a teorizzare questa eccezione, per dare una mano al mitico Werner Günthör.

Credevate, sempliciotti, che l’atleta olimpico fosse l’erede dello statuario discobolo di Mirone, il ritratto della bellezza e della potenza fisica. Ignoranti: il campione ha l’armadietto a muro pieno di pasticche, flaconcini e unguenti come un pensionato qualsiasi afflitto da mille acciacchi. La prova: ad Atene (2004) il 70% dei partecipanti soffriva di asma bronchiale, quattro anni dopo a Pechino erano saliti all’87%, tutti muniti di certificato medico e tutti segnalati alla Wada, che per questione di privacy non rivelava i nomi. Nel frattempo sono aumentati i certificati che attestano un “deficit di attenzione”; pensate a un povero sprinter ai blocchi di partenza: distratto, crede di essere accovacciato in qualche bagno. Chiaro che un simile deficit di attenzione debba essere curato con qualche stimolante…

Quando nel 1990 e nel 1992 le cartelle cliniche dell’eroe nazionale, il mitico Werner Günthör, finirono nelle mani dello “Spiegel” scoppiò uno scandalo. Il settimanale tedesco dichiarava che il segreto del “gigante naturale delle Alpi” consisteva in una razione di 2’000 milligrammi di anabolizzanti l’anno. Chi aveva “cantato” dalle parti di Macolin? I sospetti calarono su Hans Howald, il direttore della Scuola Nazionale che si era dimesso disgustato dalle pressioni che subiva: “Bisogna fare come gli altri, bisogna dare una mano agli atleti, sennò non si vince nulla”. Ma Howald negò, non specificando però come mai uno studente in medicina dello sport avesse fatto la tesi sui modi in cui Günthör si era velocemente ripreso da un problema alla schiena che gli aveva fatto perdere allenamenti e peso. A questo punto il medico responsabile dello sport d’élite svizzero, Bernhard Segesser, fu costretto a giustificarsi e lo fece in un modo che fa testo ancor oggi. Quando l’atleta si infortuna, disse, cambia statuto: diventa un normale paziente. Di conseguenza le sostanze considerate dopanti (allora Durabolin, Dianabol, Turabolin, Stromba) diventano legali. Segesser inventa la “finestra terapeutica” (therapeutisches Fenster) e rivela anche i dati: ha curato Günthör “quattro volte per periodi massimi di tre settimane con steroidi anabolizzanti per accelerare il processo di guarigione con dosi giornaliere di 12-15 milligrammi. Sarebbero al massimo 84 giorni a 15 milligrammi per un totale di 1’260. Una piccolezza rispetto ai 3’995 di Udo Beyer (DDR) vincitore a Montreal nel 1976, e anche rispetto ai 2’000 denunciati dallo “Spiegel”, che però non costituirono prova, perché lo studente, dopo un colloquio di dieci ore con l’allenatore Egger e altri responsabili dello sport svizzero, modificò in parte la sua tesi.

La Svizzera, ufficialmente, chiuse la “finestrella terapeutica” nel 1990 quando firmò un protocollo europeo in cui si stabiliva che nessuna sostanza dichiarata dopante poteva essere usata per nessuna ragione a scopo terapeutico. Fu istituita una commissione che nel 1993 giunse alla conclusione che la Svizzera aveva infranto le regole allora esistenti. Ma nessuno fu punito.

Segesser applicò la medesima teoria a Markus Ryffel, argento nei 5000 metri a Los Angeles: curò un’infiammazione alla pianta del piede con il cortisone. Dopo la sua strepitosa gara Markus, che per amicizia aveva accettato di correre il “Giro del Lago di Poschiavo”, con mia grande sorpresa al termine di una breve seduta d’allenamento mi mostrò, nudo, il suo piede, preoccupato perché aveva l’impressione di “non sentirlo più”.

Temeva che una striscia di tessuto fosse “morta”. Per fortuna si ristabilì completamente.

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