Grazie Sandra

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Avete guardato le paraolimpiadi? Io ho guardato alcune gare, i momenti salienti al telegiornale e in ogni istante l’emozione era grande, alcune volte al limite delle lacrime. Le espressioni degli atleti che mettono tutto in quel unico istante, la forza di una vita che in un frangente è stata spezzata e poi ricostruita, questa mostra di pura resilienza mi travolge e mi fa pensare “io sarei in grado?” e “come accidenti hanno fatto?”.

Scorrendo le notizie mi è caduto l’occhio sulla vincitrice dell’oro nella disciplina del ping pong, ho letto velocemente, avevo visto che si chiama Sandra, che era normodotata e che dopo un’incidente è rimasta gravemente ferita, ho letto pure che è un’atleta nata nel mio stesso paese ed aveva suscitato la mia simpatia, tutto qui… Se non per il fatto che poi ho continuato a pensarci, finché i cassettini della memoria si sono aperti e, con l’aiuto di una zia che ricorda tutto, ho messo insieme i pezzi et voilà: è Sandra Paovic.

Sono passati 25 anni dalla mia prima elementare in quei di Borovo Naselje, ricordo solo qualche nome di tutti quei bambini: Nikolina, Milena, Branko e Sandra, ci sarà sicuramente stato anche un Dragan e un Goran, ma questa è un’altra storia.

Insomma questa Sandra me la ricordo, una bambina dai capelli castani, piena di vita, che si allenava tantissimo già a quell’età, una piccola campionessa di ping pong, sempre in palestra con suo papà. Mi sono anche ricordata di una sera d’inverno, quando il buio arrivava già alle cinque, forse ad est anche un po’ prima, quando non mi ero capita con mia nonna (ma probabilmente non gliel’avevo nemmeno detto) e dopo la scuola ero andata a vederla ad allenarsi, con tutto il quartiere che mi cercava disperato… E io affascinatissima in palestra a guardare Sandra che si scatenava con questa racchettina…

Sono trascorsi anni e di tutti quei bambini non ho più saputo nulla, ci siamo dispersi e quel breve anno è rimasto l’inizio di qualcosa di mai accaduto: un futuro fatto di giochi e di tempo spensierato trascorso insieme. La mia, e non solo, è stata una generazione lacerata da un conflitto protrattosi per anni, che si è portato via tante vite e ne ha compromesse irrimediabilmente altre. Passano gli anni, ma la ferita brucia sempre, ci si porta dietro un senso di ingiustizia, di impotenza. Poi succedono piccole cose, qualche incontro fortuito, una foto, un articolo di giornale che ti riportano là, in quello che per tutti gli immigrati si chiama, più o meno, “quando si viveva giù”, un periodo quasi sempre positivo della propria vita, di cui si ricordano poche cose brutte e di cui ti manca sempre tutto, perché lo si confronta con quello che si ê dovuto fare dopo, la fatica di ricominciare, reinventarsi, costruire una rete sociale, includersi in un sistema…

Per Sandra non è stato solo così, ma peggio, infatti lei ha anche un “prima dell’incidente”: già promettente sportiva ha avuto un’incidente sulle strade parigine nel 2009, mentre era in partenza per una gara. Un periodo duro, in cui a lungo ha combattuto per restare in vita e poi ha seguito una lunga riabilitazione, che le ha permesso di rimettersi in piedi. Il suo oro sui telegiornali e sulle pagine sportive mi ha fatto pensare a quel filo invisibile che lega le persone, che anche se non si vedranno più hanno condiviso qualcosa, hanno vissuto un pezzetto di avventura insieme e che questo, malgrado sia solo un sospiro nell’arco di una vita, possa emozionare e arricchire ancora a distanza di anni. Mi ha fatto pensare a tanti altri bambini, anche se non ne ricordo i volti, oramai adulti che hanno avuto il mio stesso ricordo, di quella scuola, di quel tempo.

Grazie Sandra per questa emozione e tanti auguri per il tuo promettente futuro.

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