I comunisti mangiano i bambini

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Se è vero che le leggende hanno un fondo di verità, mai tale detto fu più corretto come nel caso di Andrei Romanovich Chickatilo, ucraino, noto al mondo come Il Mostro di Rostov.

Andrei nasce in una famiglia contadina nel 1936, alle porte della Seconda Guerra Mondiale e nel pieno della micidiale carestia che decimò la popolazione russa; le cose si mettono subito male per il bambino: il padre viene fatto prigioniero dai tedeschi e tornerà a casa solo alla fine della guerra, bollato come traditore, e la madre lo umilia e punisce ripetutamente ogni volta che bagna il letto la notte, fino all’età di 12 anni.

Ma la mente di Andrei verrà sconvolta, in seguito, da un agghiacciante racconto della madre, di cui tuttavia non ci sono prove: il ragazzo scopre che durante la letale carestia degli anni Venti e Trenta il suo fratello maggiore, Stephan, è stato rapito e mangiato dai suoi vicini di casa, uno dei tanti casi di cannibalismo avvenuti in quegli anni terribili e storicamente accertati.

Molto più reale, e indissolubilmente legata agli avvenimenti successivi, è invece un altro disturbo di natura fisica che distrugge totalmente l’equilibrio psichico del ragazzo e il suo modo di relazionarsi: Andrei è impotente, e per di più affetto da eiaculazione precoce.

I suoi rapporti con le donne sono una catastrofe: al primo appuntamento con una ragazza, essa lo deride, e lo mette alla berlina con gli amici, alimentando il suo senso di frustrazione. Ciononostante, Andrei riesce a sposarsi nel 1963 con un matrimonio combinato dalla sorella, e nonostante l’impotenza diventa padre di due figli; si laurea successivamente in Lettere nel 1971, e ottiene un posto da insegnante: per tutti è un gran lavoratore anche se taciturno, e un membro fedele del Partito Comunista.

Tuttavia, come insegnante, è un disastro, non riesce a ottenere il rispetto dei suoi allievi, viene sovente deriso, e una volta reagisce violentemente sentendosi chiamare “effeminato”, ma dietro questo comportamento si nasconde una cupa verità: Andrei è un pedofilo, e più volte molesta i suoi allievi, fino a una volta in cui, picchiando una ragazzina con un righello, raggiunge l’orgasmo fisico. Tuttavia, Chikatilo non verrà mai denunciato né dai genitori né dalle autorità scolastiche, che preferiscono licenziarlo per non suscitare uno scandalo sulla scuola.

Si sposta allora a Sachty, vicino Rostov, e qui nasce la sua truce leggenda.

1978: Lena Zakotnov, 9 anni, sta tornando a casa da scuola: si è fermata a parlare con i compagni ed un po’ in ritardo. Per la strada incontra un signore gentile che le offre qualcosa di molto raro in Unione Sovietica in quegli anni: gomme da masticare; Lena accetta di seguirlo e va incontro al suo macabro destino: Chikatilo la porta in una baracca abbandonata che ha acquistato all’insaputa della moglie, la aggredisce, la ferisce e si eccita alla vista del sangue, poi tenta di stuprarla senza riuscirci a causa della propria impotenza, ma quando la bambina si ribella e cerca di fuggire la accoltella allo stomaco. E gli piace: ha un orgasmo, eiacula. È la detonazione finale nella sua mente già sconvolta, la scintilla che fa esplodere la sua follia, la malata associazione fra violenza, sangue e piacere sessuale.

Qualcuno segnala di averlo visto insieme alla bambina, si sospetta di lui, ma la moglie gli fornisce un alibi, e le ricerche cambiano strada. Andrei la fa franca, ora ha un obiettivo: provare piacere.

E non si fermerà.

3 Settembre 1981: Larisa Tkachenko, 17 anni, segue Chikatilo nel bosco, a quanto pare per far sesso con lui, poi lo deride per la sua impotenza: Andrei la strangola, mutila il corpo mangiandone il seno, poi infierisce sul cadavere.

12 Giugno 1982: Lyubov Biryuk, 13 anni, viene rapita in un villaggio vicino e subisce lo stesso macabro rituale di accoltellamento, sevizie, mutilazione, cannibalismo e necrofilia. In più, Chikatilo le asporta gli occhi, modus operandi che applicherà a tutte le vittime, nella folle convinzione che in essi rimanga impressa l’ultima immagine dell’assassino.

Quell’anno seguiranno altre 6 vittime, fra i 9 e i 16 anni, tutte sottoposte al medesimo supplizio: alle donne viene strappato il seno e distrutti gli organi genitali, gli uomini vengono evirati, di tutte le vittime Chikatilo mangerà alcune parti e asporterà gli occhi.

Intanto Andrei lavora ora come commesso viaggiatore, e i suoi continui spostamenti gli consentono di uccidere anche a molti km di distanza, confondendo gli investigatori.

1983: 8 omicidi.

1984: 15 vittime.

Chikatilo, tuttavia, commette un errore lasciando sul corpo di una vittima delle tracce di sperma dalle quali risulta un soggetto di gruppo sanguigno AB, molto raro in Russia.

Viene arrestato un giovane, già coinvolto in reati simili: Aleksandr Kravchenko, a cui viene estorta una confessione che lo porterà alla pena capitale. Il caso sembra archiviato, ma riemergono altri corpi.

La striscia di sangue intanto continua, inarrestabile, decine di ragazzi e ragazze spariscono nei pressi delle stazioni e delle fermate degli autobus, che vengono a quel punto presidiate senza sosta.

A quel punto viene coinvolto nelle indagini un profiler, Aleksandr Bukhanovsky che traccerà il profilo del killer definendolo il “cittadino X”: Bukhanovsky arriva alla conclusione che non si tratta di un omosessuale, come precedentemente ipotizzato con conseguenti retate negli ambienti gay e alcuni suicidi di sospettati, ma di un uomo di mezz’età, sposato, con gravi traumi sessuali in età precoce che hanno poi avuto sfogo nelle modalità degli omicidi.

Chikatilo, tenuto d’occhio dagli investigatori, viene arrestato nuovamente e la perquisizione del suo zaino fa ritrovare un tubetto di vaselina, una corda, asciugamani sporchi e un coltello da cucina; viene sottoposto agli esami del sangue, che però lo scagionano in quanto il suo sangue risulta di gruppo A, diverso da quello estratto dallo sperma. Si scoprirà in seguito che, probabilmente, egli era una delle poche persone (il 20% circa) in cui il gruppo sanguigno risulta diverso se verificato nel sangue o nello sperma.

Andrei è ancora libero di uccidere.

Nel frattempo si scopre che nei giorni degli omicidi, egli era assente dal lavoro: il cerchio si stringe.

Il 20 novembre 1990 a Novocherassk Andrei passa la giornata in giro cercando di adescare bambini, poi si ferma in un bar a molta distanza da casa sua per comprare una birra: all’uscita, viene fermato dagli agenti insospettiti dal suo continuo avvicinarsi ai bambini.

Andrei Chikatilo, sottoposto a interrogatorio anche con l’aiuto di Bukhanovsky, indotto a credere dagli inquirenti che essi fossero convinti che l’omicida fosse un malato di mente che avesse bisogno di aiuto, e sperando quindi di ottenere l’infermità mentale, alla fine confessa, attribuendosi almeno 56 omicidi, (sebbene quelli effettivamente accertati ammontano infine a 36), ammette di provare piacere sessuale nell’uccidere e nel mangiare le vittime e aiuta gli investigatori a ritrovare alcuni corpi.

Il processo inizia nel 1992: in aula Chikatilo si dimostra insolente e irriverente, arrivando a negare di essere autore degli omicidi che egli stesso aveva confessato, inveisce dalla gabbia in cui è rinchiuso per proteggerlo dalla furia dei parenti delle vittime (numerose risse scoppiarono durante il processo e molte persone furono colte da malore), accusa il regime, i politici, la sua stessa impotenza, la carestia degli anni ’30 (avvenuta tuttavia 3 anni prima della sua nascita), arriva addirittura a sostenere di aver fatto un favore alla società eliminando persone inutili come prostitute e drogati, ma non convince i giudici. Condannato alla pena capitale, viene ucciso il 14 febbraio 1994 con un colpo di pistola alla nuca: si narra che numerose università si siano contese il corpo alfine di studiarlo, e che esso sia tuttora conservato da qualche parte per essere analizzato.

Alla figura del Mostro di Rostov sono stati dedicati diversi film, fra cui i più celebri “Evilenko” del 2004 e “Il bambino n.44”, del 2015.

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