“La scuola che vogliamo”, io non la voglio

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Qualche giorno fa è stata presentata un’alternativa al progetto “La scuola che verrà”, ovvero una riforma firmata da Sergio Morisoli (colui che è ancora alla ricerca delle sue mozioni inevase) e Paolo Pamini (quello che proponeva di insegnare ai bambini a sparare per difendersi al terrorismo, per intenderci). La loro non è la scuola che verrà, ma quella “che vogliamo”. Oltre al titolo decisamente egoistico, la mia prima domanda è “La vogliamo… chi? Solo voi due?”

Pamini e Morisoli propongono una lunga serie di revisioni e modifiche della Legge sulla scuola. Ecco alcune tra le proposte più importanti: parificazione della scuola privata con la scuola pubblica; più potere di decisione e gestione agli istituti; bonus ai docenti; budget per ogni istituto, che potrà gestirlo autonomamente; le famiglie potranno decidere in quale scuola iscrivere il proprio figlio. Questo per creare “concorrenza tra gli istituti e aumentare la qualità dell’insegnamento”.

“Si tratta di un progetto costoso, ma per la scuola i soldi vanno trovati”, ha affermato Morisoli.

Ecco, è vero che per la scuola i soldi vanno trovati. O meglio, andrebbero trovati, perché i tagli colpiscono tutti, istruzione compresa. Ma se quei soldi vanno poi usati per creare una bella élite di scuola di primo livello e secondo livello o per foraggiare con i soldi pubblici le tanto amate scuole private, allora propongo di prendere il progetto della “scuola che vogliamo” e farne aeroplani di carta da lanciare nel cielo.

Perché la scuola ha bisogno i soldi per avere classi meno numerose, docenti sostenuti nelle loro difficoltà quotidiane, mense scolastiche, servizi di trasporto, materiale, uscite di studio, scuole bianche e verdi, ore di sostegno pedagogico, logopedia, psicomotricità. Soldi per una scuola di qualità, una scuola inclusiva, dove vengano valorizzate le capacità degli allievi non solo in base al loro risultato scolastico, ma tenendo conto dell’insieme.

I bonus ai docenti sono la proposta più assurda mai sentita prima. Siamo già etichettati come la categoria dei “culi al caldo con il posto sicuro, fisso, ottimo stipendio e tante vacanze”. Volete darci il colpo di grazia in credibilità, dandoci anche i bonus? E chi li decide questi bonus? E in base a cosa, ai risultati nelle verifiche? Agli anni di insegnamento? Alle ore passate al poligono di tiro? Al mio argomento del programma? Al grado di apprezzamento dei genitori? Noi docenti lavoriamo per i ragazzi.

E le famiglie che potranno scegliere in quale scuola iscrivere il proprio figlio? A questa proposta ho subito avuto il flash del sistema scolastico negli Stati Uniti, dove, per entrare nelle scuole che contano, devi iscrivere tuo figlio quando ancora scalcia nella tua pancia, portare lettere di referenze, sostenere colloqui e ovviamente pagare rette salate, che paghi molto volentieri, indebitandoti per la vita, pur di non mandarli nelle scuole “ghetto” dove sono radunati tutti i casi sociali, dove devi passare dal metal detector e dove gli insegnati sono talmente esauriti da non riuscire a fare lezione. Alle nostre latitudini avremo le scuole élitarie, con allievi di buone famiglie, e le scuole meno blasonate, frequentate da tutti gli altri. Un ottimo esempio di scuola aperta a tutti, alla portata di tutti, dove tutti hanno le stesse opportunità.

Da bambina ho frequentato le scuole comunali, le scuole private e ancora le scuole comunali e cantonali. Ne sono uscita viva e indenne, ma delle scuole private non serbo nessun buon ricordo. Questo è sicuramente il mio vissuto, ma insegnando da 20 anni in una scuola pubblica posso affermare senza ombra di dubbio che sì, siamo migliorabili sempre, che sì, ci sono buoni insegnati come pessimi insegnanti, che sì, di strada ce n’è molta da fare. Ma la “scuola che vogliamo” io non la voglio. Non la voglio perché non porterà nessun beneficio, di nessun tipo, alla scuola pubblica. Forse aiuterà le scuole private, ma non quella pubblica. Non aiuterà gli insegnanti a essere migliori, ma solo più competitivi e questa non è la soluzione. E non aiuterà gli allievi, perché si ritroveranno in una scuola/industria dove i loro docenti cercheranno di guadagnarsi il bonus e le famiglie valuteranno quale scuola è meglio di un’altra.

Questo modo di vedere la scuola rispecchia una visione snob ed esclusiva, dove le scuole fanno a gara per essere le migliori non per il bene dei ragazzi ma per il loro prestigio personale e per accaparrarsi le famiglie considerate meno problematiche (e su questo si potrebbe discutere da qui all’eternità).

Ci sono modi più costruttivi per aiutare la scuola. “La scuola che vogliamo” non è uno di questi.

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