Non sono opinioni, è il ritorno del nazismo

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L’UE dovrebbe rastrellare tutti i migranti irregolari e deportarli su un’isola”. Non l’ha scritto uno degli analfabeti funzionali che popolano i social network, ma un presidente regolarmente eletto: l’ungherese Victor Orbán, il quale si è così rappresentato da solo come un nazista fatto e finito. Dubbi? Toglieteveli.

Era il maggio 1940, e Heinrich Himmler, capo delle SS, ebbe a dire: “Spero che la questione degli ebrei venga completamente annullata tramite la possibilità di una larga migrazione di tutti gli ebrei in Africa o in qualche altra colonia.” Era l’inizio del Piano Madagascar, il progetto nazista, in cantiere dal 1938, di deportare nell’isola africana tra i quattro e i cinque milioni di ebrei europei e antesignano dei campi di sterminio. Hitler ne parlò entusiasta prima a Benito Mussolini, poi al grandammiraglio Raeder (cfr. Ian Kershaw, Hitler, vol. 2: 1936-1945, Bompiani, 2001, pp. 316-321). La freddezza di Reinhard Heydrick, l’intenzione di Adolf Eichmann di far sovrintendere comunque l’operazione alle SS e la sconfitta del Reich nella Battaglia d’Inghilterra rallentarono il progetto che si arenò definitivamente nel 1942, quando il Regno Unito strappò il Madagascar alla Francia collaborazionista di Vichy.

Per chiarire il contesto: a Budapest, nell’Ottocento vivevano più di 200 mila ebrei, che nel 1900 raggiunsero il 25% della popolazione. Ancora oggi, il VII distretto, quello della Sinagoga Grande, mostra la testimonianza dell’indelebile impronta ebraica della capitale ungherese: negozi kosher, caffè, ritmi klezmer e tradizioni che portano dritti al Museo ebraico, costruito per commemorare i 600 mila ebrei ungheresi uccisi dal nazismo. Sei-cento-mila.

Victor Orbán è la dimostrazione vivente del pressapochismo, della cialtroneria e della banalizzazione del tutto, simboli dello sfascio in cui il mondo è andato incontro. Presidente plebiscitato in un Paese che ha avuto i carri armati sovietici in casa e una Cortina di Ferro a tenerlo lontano da benessere e diritti, da buon parvenu se ne frega altamente di quello che, in teoria, la storia avrebbe dovuto insegnargli. Deportazioni, fili spinati, muri hanno ferito il meraviglioso popolo ungherese per secoli senza distinzione di religione, appartenenza politica, livello sociale: prima o poi, chiunque ha avuto la sua dose di dolore. Invece, giusto oggi, Amnesty International in un suo rapporto (https://www.amnesty.ch/fr/pays/europe-asie-centrale/hongrie/docs/2016/traitement-degradant-demandeurs-d-asile-manoeuvre-populiste) denuncia le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i richiedenti asilo. E, come se non fosse sufficiente tutto ciò, Christian Wigand, portavoce della Commissione Europea, ha recentemente denunciato come i bambini rom ungheresi non abbiano libero accesso alle scuole e vengano, anzi, messi negli istituti per malati mentali. Per “curarli”.

Questi sono fatti, non opinioni.

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