“Per rispettare la parità salariale tra uomo e donna, si parta dal pubblico”

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In Svizzera, come purtroppo nel resto del mondo, il discorso sulla parità salariale tra uomo e donna è aperto. Qualche giorno fa, però, a Berna è stata firmata una Carta per la parità salariale nel settore pubblico che si assume cinque impegni molto importanti nell’ottica della parità, e che apre anche alla possibilità reale di effettuare controlli in questo senso. Ne abbiamo parlato con Cristina Zanini Barzaghi, che ha firmato la Carta a nome del municipio di Lugano. E anche in quanto donna sensibile a questa tematica.

Come si è arrivati alla firma di questa Carta per la parità salariale nel settore pubblico?

C’è una Legge della parità in vigore da una decina d’anni almeno, la quale come con l’assicurazione maternità o l’AVS, lo stesso Berset ci ha detto che si impiega una vita ad applicare. Lui, come consigliere federale, ha deciso che il ruolo dell’ente pubblico deve far da modello. A livello svizzero, le entità pubbliche hanno moltissimi dipendenti, circa 300 mila, e muovono a livello economico con gli appalti 36 miliardi. Per rispettare la parità salariale, è chiaro che bisogna iniziare dal pubblico.

Sono state riscontrate disparità salariali anche a livello pubblico quindi?

Sì, da una prima analisi risulta che ci sono delle disparità anche negli enti pubblici. Tutti direbbero di no, che a livello di regolamento non ci sono, invece la realtà è una cosa diversa. Berset ha deciso di iniziare a far qualcosa per dar l’esempio, quindi ha promosso questa Carta per la parità salariale nel settore pubblico, che abbiamo firmato qualche giorno fa a Berna, con cinque impegni.

Prego.

Il primo impegno è quello di sensibilizzare il più possibile sul fatto che c’è una Legge federale sulla parità dei sessi e che tutti devono prendere coscienza di ciò. Quando si stabiliscono le classi di salario, le funzioni, il reclutamento del personale è obbligatorio tenere conto della parità.

Secondo impegno?

Rilevare se nella pubblica amministrazione c’è o meno la parità salariale, stilando statistiche con dei metodi riconosciuti: la Confederazione ha preparato un metodo di analisi, usato da tutti, in modo da poter confrontare i valori. Questo permette di prendere coscienza, con un monitoraggio continuo, che in determinati settori non si è proprio così corretti in termini di parità salariale. Che poi è il collegamento al terzo impegno, cioè promuovere il più possibile questa sensibilizzazione anche negli enti parastatali.

Occorrerà anche controllare però.

Sì, infatti il quarto impegno che ci siamo presi è molto difficile e ne abbiamo discusso molto: far rispettare la parità alle ditte alle quali attribuisci dei mandati o degli acquisti pubblici. Questo è difficile perché va a toccare l’economia privata. Da anni la Confederazione cerca di fare questa cosa facendo firmare alle ditte che fanno dei concorsi pubblici dei formulai di autocertificazione, sui quali, però, concretamente scrivi un po’ quel che ti pare: se non li controlli, nella realtà serve a ben poco. Alcune città come Ginevra, Zurigo e Basilea hanno iniziato a provare un sistema di controlli che sembra serva abbastanza: al minimo controllo, una ditta che non è a posto lo fa immediatamente da sé, perché perderebbe per prima la credibilità sul mercato.

Ultimo impegno?

Informare costantemente su quanto si stia facendo e sui risultati concreti nell’impegno messo in questa azione di volontà di rendere equi i salari tra uomo e donna.

Ci sono altre sfide che la questione ha di fronte?

Alain Berset, come sostenuto anche dalle associazioni dell’economia privata, sostiene che con la votazione del 9 febbraio bisogna fare assolutamente di più che le donne possano lavorare a condizioni di lavoro adeguate e corrette in confronto agli uomini, bisognerà monitorare bene la situazione.

Certo che è strano nel 2016 non poter ancora dare per scontato che una donna a parità di mansioni debba essere pagata come un uomo. Nel pubblico poi!

Ogni anno, all’inizio di marzo, c’è una giornata chiamata Equal Pay Day, che simboleggia le giornate che le donne devono lavorare in più per guadagnare come un uomo. Di solito, sono due mesi in più: detta veloce, le donne guadagnano in media il 20% in meno.

Difficile da spiegare soprattutto alle nuove generazioni.

Infatti. Pensi che mia figlia è sempre un po’ impressionata che le donne siano pagate meno degli uomini. Ha 18 anni e per loro è incomprensibile sia così.

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