Perché Tettamanti scrive sulla RSI?

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In uno scritto noioso e inutilmente professorale, oggi sul CdT il finanziere Tito Tettamanti è tornato alla carica contro la RSI. Questa volta è stato il turno di tirar bordate contro la sua inespressa finalità culturale e contro il fatto che in ambito nazionale siano poche le personalità dell’ente di Comano note in tutta la Svizzera.

Questi continui attacchi di Tettamanti sono la dimostrazione di come nel nostro paese si riesca a distinguere sempre meno tra pubblico e privato. I suoi non sono consigli, non sono nemmeno opinioni che fossero scritte dal Gigi di Viganello troverebbero spazio in un piccolo box nella rubrica delle lettere, non in prima pagina. I suoi sono pesanti scritti pro saccoccia, perché a Tettamanti, come al mondo che lui rappresenta, del pluralismo e della qualità della RSI non interessa assolutamente nulla. Lui, con la sua posizione e i suoi denari, è la testa di ponte di tutti quelli che berciano contro la televisione pubblica senza nemmeno sapere il perché. O per motivi, diciamo, privati.

Spinge molto sul tema della cultura Tettamanti, facendo intendere come la RSI non assolva ai propri compiti. Dice che è importante la divulgazione culturale, e che dovrebbe essere imparziale. Evidentemente gli sfugge la programmazione culturale radiotelevisiva, tra le migliori e le più ricche in circolazione. Ed è anche abbastanza confuso, perché subito dopo aver scritto dell’importanza della cultura tira in ballo l’uscita da CORSI dei tre rappresentanti leghisti. Gli sarà forse sfuggito che la Lega sta alla cultura come un vegano alle bistecche. Non è che non la favoriscano, proprio la disprezzano. Quindi si metta d’accordo con se stesso Tettamanti, prima di pontificare con un’aura di intoccabilità veramente fuori luogo.

Non perché una persona non possa esprimere le proprie opinioni, per carità. Ma semplicemente perché una persona con il suo curriculum, e soprattutto con la faccenda Basler Zeitung ancora lì a far bella mostra di sé, non è sicuramente la più adatta per parlare di pluralismo dell’informazione. In modo così pretestuoso, poi.

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