Una cazzo di gamba

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Una cazzo di gamba, non riesco a togliermi il pensiero. E mi monta il “porcatroia”, quella rabbia rossa e fuligginosa che mi si strozza in gola, che gonfia e si espande, lievita e deve tracimare.

Una cazzo di gamba rosicchiata dagli animali saprofagi della mia valle, è quello che è rimasto di Nikola. Nessuno aveva denunciato la sua scomparsa. Perché Nikola Hadziev di 57 anni non esisteva. Lavorava in nero ai 1689 metri dell’alpe Arena. Faceva il bracciante tra le pietraie e i larici. Lavorava silenzioso per quattro soldi da mandare a casa.

Un triste necrologio pagato dalla comunità macedone. Perché i fratelli non si abbandonano, soprattutto nella morte. Una morte stupida probabilmente, una scivolata, la testa sbattuta su un sasso, e il silenzio dei gestori dell’alpe Arena, una famiglia confederata, perché via un paio di braccia oggi se ne trovano altre senza problema.

Nikola di 57 anni e la passione per la matematica sognava casa sua e la sua famiglia sulla piana di Strumica, circondata dalle colline così diverse dalle aspre alture tra Onsernone e Vergeletto. Nikola alla sera si sedeva pensando a casa, alle chiese ortodosse in pietra e mattoni di cotto, alla crisi, alla sua famiglia che lo aveva spinto, a 50 e rotti anni, in un cammino che è per i giovani. Che enorme senso di responsabilità Nikola, stupido immigrato economico, falso rifugiato, inutile persona che giaci rosicchiato nelle nostre valli, e riposi silenzioso nelle pance di volpi e tassi.

Questa è una storia di rabbiosa miseria, e non posso fare a meno di pensare agli ipocriti che sminuiscono il diritto a una vita migliore basata su umiliazioni e sacrifici. Le persone contano, la gente, le loro storie, niente categorie, niente etnie. Persone. Nikola aveva una faccia aperta con le rughe a raggi di sole, una pelata incipiente e un buco tra gli incisivi che lo rendevano buffo e simpatico. Nella foto del necrologio sorride. Chissà chi gli ha fatto quell’istantanea. Nikola ride. Riderà per sempre in quella foto col retino a 30 punti del giornale.

La tomba di Nikola è la mia valle, che con pietà e indifferenza lo ha accolto tra le sue braccia. A lei non interessa chi sei, cosa fai. Quando chiede il suo tributo non lo fa con cattiveria, lo sappiamo noi da secoli. È il fato. Ma non è il fato che ha portato all’oblio. Nessuno di quelli che lo sfruttavano ha avuto il coraggio di denunciarne la scomparsa. Nikola non era partito, lo sapevano benissimo. Le sue cose erano sicuramente ancora nella stanzetta dove dormiva. Una valigina, quattro stracci. Nikola era scomparso ma non esisteva. Stiamo zitti, lavorava in nero. Meno gabole.

La mia valle respira tramite gli aghi dei larici. Respira che quasi non te ne accorgi, ma io la ascolto e la sento. Indifferente e imponente. Silenziosa. Sento il fischio del vento e il grido di un’aquila forse, in lontananza. La mia valle non ha pietà ma nemmeno rancore. Sopporta sulle sue pietraie anche gente così. Sopporta Nikola, sopporta chi ha girato la testa dall’altra parte e lo sfruttava

La mia valle è più pietosa di me.

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