Il sogno coreano di Max Ay

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Ho sempre desiderato possedere una macchina del tempo, però mi hanno detto che è impossibile costruirla, c’è l’entropia, il disordine, processi irreversibili e roba simile: avevo perso le speranze, insomma.

Poi ho scoperto i comunisti.

Scorrendo le sbilenche pagine di Sinistra.ch, il portale online del Partito Comunista, nonché le pagine Facebook del Segretario Maximo, quello che è stato uno dei miei film preferiti da sempre, ovvero “Ritorno al Futuro”, è diventato realtà, e mi sono ritrovato catapultato nei meravigliosi Anni Cinquanta, proiettato nel Sogno Coreano di Max Ay.

È stato meraviglioso rivivere in prima persona l’atmosfera cupa ma affascinante della contrapposizione fra blocchi, quel vivere in bilico fra un Jack Daniel’s in un bar di Berlino Ovest e un’apocalisse nucleare incombente in arrivo dalle steppe sovietiche, il senso di incertezza e fragilità dell’esistenza che spesso, per non vivere passivamente in mezzo alle tensioni fra Nato e Patto di Varsavia, ti portava a fare una netta scelta di campo fra lo Zio Sam e Baffone, l’uno altero e determinato col dito puntato verso di te, l’altro con quell’aria paterna e compagnona, come fosse il tuo compagno d’osteria e non il padre del Socialismo Reale.

Ho capito di aver sprecato buona parte della mia esistenza a contemplare invidioso le foto delle vacanze dei miei amici in Thailandia o a Sharm el-Sheikh, chiedendomi quando anche io avrei contemplato quelle zizze a prova di gravità e quelle chiappe imbrunite dal sole dei Caraibi: tutte menzogne della propaganda imperialista, rappresentazioni distorte di Paesi in via di sviluppo svenduti al soldo della globalizzazione, costruite ad arte facendo leva sui bassi istinti già fomentati dall’industria del porno americana.

La vera vacanza è altrove, il sogno turistico dell’Uomo Nuovo forgiato nel socialismo quale io mi accingo a diventare dopo la rivelazione di Max non si chiama più Miami, ma ha un nome che richiama l’Estremo Oriente e il suo fascino misterioso e nascosto: Pyongyang, la Terra Piana, nella meravigliosa Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Il Sogno Americano svanisce, svelato nella sua falsità e rimpiazzato dal Sogno Coreano, che non ha le fattezze di una bionda in topless al bar con un mojito, bensì l’aspetto rubicondo e pacioso del Giovane Leader, Kim Jong-Un, uno che è da ammirare solo perché è riuscito a imparare anche lo Schwyzerdütsch partendo dal coreano come lingua madre, mentre io sembro ancora un analfabeta, e in effetti un po’ lo sono in questo campo.

È come se mi fossi svegliato da un lungo sonno davanti a quelle immagini di Max e Alessandro Lucchini davanti all’Arco Trionfale di Pyongyang o allo zoo, in una delle ultime roccaforti del socialismo reale, e lo ammetto, ho provato invidia: avrei voluto essere anche io a dar da mangiare agli ippopotami o ad accompagnarmi a bellezze nordcoreane molto vestite, avrei voluto vedere quei visi di studenti di informatica o calligrafia emozionati dall’incontro con personalità di quel calibro ma al tempo stesso concentrati sul proprio studio al servizio del Popolo, avrei voluto anche io trovarmi faccia a faccia con l’ex ministro delle Finanze della Corea del Nord, mica una Sommaruga qualsiasi!

Altro che foto delle gambe in spiaggia o selfie con gnocca frivola e capitalista, altro che like a poppe e chiappe: da ora, la mia attenzione sarà rivolta esclusivamente alle foto ufficiali del Segretario Maximo, siano esse con il vicepresidente del Laos o al bar con la ragazzina della delegazione del partito delnonsocosa curdo o con il segretario del Partito Comunista del Vietnam, ogni occasione va celebrata con uno scatto commemorativo, le mani strette in saluto e lo sguardo fisso nell’obiettivo ma in realtà proiettato verso il sol dell’avvenire.

Grazie Max, hai realizzato il mio sogno. Ti prego, la prossima volta che vai in Corea del Nord ricordati di me, posso portarti la borsa o sistemarti la valigia, ma portami con te nel Sogno Coreano!

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