La democrazia partecipata

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Cari politici, vi seguo assiduamente, in modo apartitico, aconfessionale, così per come è strutturata la mia persona.

La mia professione è una di quelle di cui si sa poco o nulla, tranne due o tre luoghi comuni circa la pazienza infinita e la vocazione evangelica. Sono un educatore professionale, laureato presso la SUPSI nell’ormai lontano 2009. Professionale appunto, nel senso che la mia è innanzitutto una pratica retribuita, che richiede sì pazienza, ma non nella misura mitologica con cui la immagina la “sciura” del quartiere, ma che prima di tutto richiede una formazione multidisciplinare nonché svariate competenze nelle relazioni interpersonali. Quotidianamente lavoro insieme ad un “team” di 5 persone che insieme a me e ad altri 15 esseri umani condivide quello che i vostri fogli di carta definiscono un “centro diurno per persone disabili”. Ora, immagino vi starete chiedendo perché vi tedio con questa premessa se nemmeno ho dichiarato dove vorrei spingermi con il mio ragionamento.

Vorrei spingere le vostre menti, cari politici, sul concetto di democrazia. Sì, ogni giorno quando mi reco sul mio posto di lavoro ho la fortuna di condividere un po’ di democrazia. 6 educatori, 6 teste con pensieri totalmente diversi e vissuti individuali variegati che si siedono ad un tavolo e ragionano insieme a 15 utenti riguardo il loro benessere, progettando scenari possibili per il loro presente e futuro, prossimo e remoto. Una democrazia partecipata nella quale, per dovere etico e professionale, mettiamo al centro l’essere umano nella sua condizione di fragilità. Al centro ci sono sempre i nostri utenti. Punto. Beh, per voi sarà difficile crederlo, ma partecipare in modo concreto e attento, mediare, mettere da parte gli interessi personali a favore e a servizio di quelli del gruppo sta portando a raggiungere grandi risultati; non solo per ciò che concerne i progetti educativi, ma soprattutto rispetto alla consapevolezza del proprio essere uomini in mezzo agli uomini, senza distinzione alcuna tra normalità o anormalità, tra il “nostro” e il “loro”, tra educatore ed educando.

In questo senso vedo tutte le difficoltà odierne in voi, cari politici, che pur dovreste svolgere una professione di “servizio” all’essere umano, relegando il concetto di democrazia all’atto unico del “voto”, preferendo aperitivi e serate pubbliche in cui il mondo deve venire a casa vostra, piuttosto che essere voi ad andare verso il mondo per capire quali sono i reali problemi che lo stesso deve affrontare. È come se io, nella mia professione, pretendessi di ottenere dei cambiamenti significativi nella vita delle persone di cui mi prendo cura, semplicemente aprendo uno sportello e ascoltando le loro lamentele. Non è sufficiente. Non lo sarà mai.

Così voi, gentili politici, dovreste smetterla di essere uno sportello per accaparrarvi voti durante i periodi elettorali e di votazioni. Entrate nel mondo che pretendete di governare, entrateci senza paura di sporcarvi le mani, entrateci anche se non sapete come fare e vi sentirete impacciati, noi vi perdoneremo. Entrateci perché vi state dimenticando di come vivono gli uomini che tutti i giorni lottano, nel piccolo della loro vita, per difendere una democrazia reale e tangibile. Per difendere la democrazia in un condominio, in un ufficio bancario, in un grande magazzino. Affinché le loro lotte non vi sembrino materia su cui ridere alle vostre cene urge che torniate ad ENTRARE NEL MONDO REALE; a vedere e toccare con mano i problemi e le situazioni su cui deliberate per sentito dire da qualche ufficio di statistica. Prendete due settimane di vacanza dalla vostra burocrazia e tornate, VOI, IN PRIMA PERSONA, a fare i muratori, gli asfaltatori, le commesse, gli studenti, i pittori, le infermiere, i docenti e perché no, anche gli educatori.

Ma dovete togliervi giacca e cravatta e calarvi per due settimane nella meravigliosa ed intricata vita reale. So che potete farcela. Siete schizzinosi in fondo, ma è tempo di guarire. Tra un preventivo e un consuntivo sono certo che potrete trovare le forze per dedicarvi finalmente in modo democratico a chi, votandovi, ha scelto di delegarvi la responsabilità di prestare SERVIZIO alla collettività. Io vi aspetto al lavoro, certo che avremo molte cose da raccontarci ed imparare insieme, io, voi politici, i miei colleghi e gli utenti con i quali, responsabilmente, condividiamo la bellezza di una vera democrazia.

Vi aspetto, non abbiate paura, è tempo di cambiare, di imparare, di ritrovarci.

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