Midnight in Milan

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È una serata fredda in questa Milano, il bianco e il rosso dei fari si incrociano freneticamente tra le vie della città. Io cammino sul marciapiede stanco, mi trascino disilluso in questa città che sembra stare in piedi a pubblicità, spoglia di un’identità tutta sua, imbruttita dalla globalizzazione. Cammino senza meta, perché non c’è più nulla da vedere, da sognare, è solo un frenetico andare da qualche parte, senza meta, appunto.

Arrivo davanti a San Babila, con il suo stile romanico, i suoi mattoni rossi, tocco di colore in questa metropoli dedicata quasi esclusivamente al grigio. Mi fermo sui gradini, mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza, il campanile rintocca la mezzanotte ormai. Vengo disturbato da una luce intensa, una macchina mi punta i fari. La mia vista si fa strada tra quella luce accecante, l’automobile è a pochi metri da me, una Fiat 126 da cui esce un uomo abbastanza robusto con un giaccone lungo che mi apostrofa: “Uei pirla, ti muovi o cosa, ho mica il tempo da buttare, salta su..”. Non capisco, ma sento che devo prendere quell’uomo alla lettera, ancora un po’ indeciso mi avvicino alla portiera, lui risale in auto e ancora mi fa fretta – dai che c’è la partita, devo andare a lavorare, io… -. Salto su. Il tipo parte, sigaretta tra le labbra, provo almeno a presentarmi. -Piacere – risponde lui – io sono Beppe.- Chiedo dove andiamo – A lavorare! Ma che ne sai tu… – Le strade le riconosco, ma c’è qualcosa di strano, le luci son fioche, le macchine sono meno del solito. Prendiamo per San Siro e arriviamo allo stadio. Ma San Siro è diverso – ma le torri? – dico – Ma che torri? È uno stadio, mica è un castello. – Ma il terzo anello, la copertura… – Ma che copertura. Dai muoviti che fa pure freddo. – Lo seguo, ci sono bagarini che vendono biglietti ovunque. Entriamo dalla zona stampa, saliamo le scale ed eccoci nello stadio. – Va che spettacolo – Io rimango incantato, mai visto San Siro così, così piccolo, ma cosi vivo, vibrante. Le luci illuminano il campo ed entrano le squadre. – Ma quello è Rivera! – E certo che è Rivera, chi doveva essere? – Non capisco, ma dove sono? Certo a Milano… ma che Milano? – Senti pirletti, renditi utile, tieni il binocolo e guarda il derby, ci ho scommesso su. – Ma vedo benissimo anche senza Beppe – Pirletti! Il derby dei cavalli, io devo pur lavorare, ma i cavalli sono i cavalli… –

Mi divido cosi tra un derby e l’altro, mentre Beppe fa una radiocronaca tutta sua. Da una parte Mazzola e Rivera, dall’altra l’ippodromo e i cavalli. Alla fine la scommessa di Beppe va male, la partita procede e in un batter d’occhio il fischio finale. – Dai andiamo, mi hai portato una sfiga pazzesca qui, ma Milano inizia adesso. – Seguo Beppe, saliamo sulla 126 e riprendiamo a girare per la città, tutta nera per lo smog. – Ma qua non si può passare! – gli grido mentre si dirige in piazza Duomo. – Ma va belandi, quel giorno che mi chiudono Piazza Duomo non saprei come muovermi. – Ci caliamo in centro, per quelle strade che io ricordavo pedonali, ma adesso, stasera, no. Entriamo in un locale affollatissimo, qualche tavolo con sedie, luce soffuse e tanto, tanto fumo. Nebbia dentro come fuori. Ma non era vietato? Ma ormai non mi faccio più domande, sono in una dimensione parallela, non so perché, ma mi piace. Ci avvicina un occhialuto con il naso spigoloso. – Enzo! – Esordisce Beppe, ormai divenuto il mio Virgilio in questo viaggio impossibile. – Beppe vieni, stasera c’è anche il Giorgio. – Giorgio è un ragazzo tutto naso, ma di buone maniere, simpatico, si presenta – Giorgio, piacere, ma per gli amici sono il Signor G. – Ho un’illuminazione. Il locale, il palco, sono al Derby (questa è la serata dei derby) e l’occhialuto è Jannacci, Giorgio è Gaber… Cazzo sono al tavolo con Gaber e Jannacci al Derby di Milano! La serata corre a battute , risate, strimpellamenti vari… ma non sono più abituato a tutto ‘sto fumo, esco a prendere una boccata d’aria.

L’aria di Milano è pungente, ma la città è viva, la gente si muove a gruppi, parla, nessun iPhone, nessuna cuffietta auricolare. Un gruppo di giovani si muove verso uno stabile austero, sembra una scuola, i ragazzi ci entrano a frotte, coperti da eskimi e giacconi, io seguo la massa, incuriosito, e nell’aula magna di quella che pare una scuola occupata, tra striscioni inneggianti l’anarchia e la democrazia proletaria ecco un omone alto, enorme che si muove e decanta cose tutte sue, quasi incomprensibili, sempre seguito da una donna occhialuta, in un angolo, che gli fa da spalla, ma che da come la guarda è qualcosa in più, quasi una musa. –Ma chi è?- chiedo a un ragazzo. –È il Fo, è appena arrivato e propone in anteprima uno spettacolo, a favore dell’occupazione. -Ma il Nobel?- Il cosa? Va che fa teatro, mica il chimico!- Sorrido, capisco, questa è la Milano che mi piace, la Milano viva.

In stazione non ci sono gli eritrei, ma i calabresi che salgono a nord a cercar lavoro, San Siro ospita il Milan di Rivera e l’Inter di Mazzola, c’è il Derby con Jannacci, c’è Gaber che canta e Fo recita nelle scuole occupate. Si sente una sirena in lontananza la gente si alza e scappa ogni dove, scappo anch’io, corro tra tutta quella gioventù. Ho il fiatone, la sirena è sempre più forte, è vicina… Apro gli occhi, la sirena è reale, e l’auto dei carabinieri mi sfreccia davanti, mentre ancora son seduto sugli scalini di San Babila. Cos’è stato? Solo un sogno? Un viaggio onirico nel tempo, in una Milano che non c’è più? Mi guardo attorno, tutto come prima, anche l’aria pare vuota dopo questo viaggio ideale. Quasi albeggia. Alzo lo sguardo e intravedo una sagoma di una 126 che si allontana.

Tiro fuori dalla tasca il mio telefono, scorro le ultime news. È morto Dario Fo .

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