Mjmelet ha incontrato l’orco

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Io quando avevo 17 anni ero un pirla al cubo. Uno di quelli simpatici, ma a cui non avreste affidato neanche il cane da portare a spasso. Mi divertivo come un pazzo, sempre in giro con gli amici, bevevo, mi facevo le canne e tutto il contorno che c’era. Abitavo in una bella casa con mamma e papà che, probabilmente, in quel periodo sono invecchiati di 10 anni di colpo. Non c’erano i telefonini, dormivo fuori e manco avvisavo a casa. Probabilmente hanno passato notti insonni col terrore che mi fosse capitato qualcosa. Però che bel periodo. Anche se poi mica erano tutte rose e fiori. Per fortuna c’era mia sorella che aveva un po’ più di sale in zucca e non li faceva così tanto disperare. Avevo anche un gattone rosso che amavo tanto, si chiamava Tom, come quello dei cartoni animati, sarebbe morto 3 anni dopo investito da una macchina, ma questa è un’altra storia. O forse no.

Forse perché vale come la morte di un gatto quella di Mjmelet, 17 anni, schiacciata da un tir sull’Autofiori di Ventimiglia, mentre cercava di passare il confine con la Francia.

Non ho idea di come fosse invece l’essere una diciassettenne etiope, chi erano i suoi amici e se si intratteneva con loro sul muretto dietro casa, o da quanto era in viaggio. So che quella leggerezza da diciassettenne, che avevo anche io, era accampata a Como, nella tenda bianca, quella grande con il crocifisso, so che era stata respinta, minorenne, più volte dalla Svizzera e so che la sua morte pesa su quelli che dicono di non essere orchi, quelli che in fondo fanno solo il loro lavoro.

Il suo gruppo è in ospedale, in stato di shock, mica è bello vedere un ragnino di 40 chili sfracellato da un mostro di 40 tonnellate. Ora Mjmelet Berhal, con la sua fronte alta e spaziosa, tipica degli etiopi, i morbidi capelli crespi color della terra, riposa in un obitorio. Il gelo si posa sui suoi piccoli seni immobili come dei tartufi gelato, nel suo grembo non serpeggia il caldo sesso di un amore che non conoscerà mai, ma il ghiaccio del congelatore. Il freddo che carezza quelle carni per lasciarle alle professionali mani degli inquirenti che le faranno l’autopsia.

Mjmelet resterà congelata per sempre. L’unico calore che sentirà sarà quello del crematorio e l’unico abbraccio sarà quello della terra. Ho avuto anche io 17 anni e ho dei figli. Uno ne ha 15 adesso e penso che se Mjmelet fosse mia figlia io sarei sopra la sua tomba a guardare il cielo con lacrime incandescenti come acciaio fuso che scavano l’anima. Avrei un dolore immenso e una rabbia impotente, vorrei mordere e strappare le lamiere di quel tir. Ma cosa cambia? Me lo dite? Il camion di Nizza che pochi chilometri più a sud ha reciso delle vite e questo di Ventimiglia? Cambia che forse Mimi poteva essere ancora viva. Avremmo solo dovuto lasciarla passare, aiutarla a trovare le sue genti, cazzo, mica la luna no?

Ma tu non sei un orco. Tu fai solo il tuo lavoro. E non me ne frega niente di chi tu sia. Tu rappresenti la gente che dice alt, che si compiace del proprio potere, tu rappresenti la morte degli altri fatta su scelte che chiedono l’assoluzione in nome delle leggi. Vorrei essere con Lisa adesso e farne passare dalla frontiera 10’000, 100’000, un milione. Perché questi morti a me pesano cazzo. Mica ce la faccio a voltare la testa. Mi pesano e fanno un male boia.

E sentiremo le solite frasi di merda: se l’era andata a cercare, se stava a casa sua, uno di meno da mantenere… vi odiamo perché ognuno di questi morti uccide un pochettino ognuno di noi. E allora faccio finta che Mjmelet adesso sia in camera sua a studiare, con la matita rosicchiata in bocca tra le labbra assorte, mentre la luce del sole gioca coi suoi capelli ricci e setosi. La fermo così e le chiedo scusa per non aver potuto fare qualcosa di più. Scusa Mjmelet. E le carezzo la testa.

Lei si volta e dice: “Daaai papi! Sto studiando!…”

mjemelet

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