Quelle barricate sono un (doppio) pugno nello stomaco

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Non è buonismo, né tantomeno coglionismo, parlare di Belinda, Joy, Faith e delle altre nove migranti che hanno trovato le barricate sulla strada che le avrebbe portate, per una notte, in un ostello sperduto a Gorino, frazione di Goro, Ferrara.

Fino a sabato Belinda, Joy e Faith non sapevano neanche cosa fosse l’Italia. Non sapevano, di riflesso, neanche cosa fosse quella piccola lingua di terra strappata all’Adriatico prima e alla palude poi, dove la vita è ancora di sussistenza – pescano tutti, e soprattutto vongole – e dove non si chiude la porta a chiave: tutti parenti, tutti amici. 450 abitanti, una farmacia, un bar, una chiesa. Non i carabinieri, spostati qualche anno fa per decreto e forse scarsa utilità. Non un ospedale, devi allontanarti di una sessantina di chilometri per trovare il primo: se ti viene un infarto, ti resta la preghiera. C’è nebbia, si mangia anguilla. Non sarà l’hotel Ritz di Parigi, ma per queste ragazze, nel loro immaginario, nella loro speranza, magari lo era. Lo era senza che l’avessero mai visto. Esattamente come le 220 persone conteggiate a montar barricate per impedire loro di arrivare non avevano forse mai visto una ragazza incinta scappata da Boko Haram, o una ventenne fuggita perché il padre voleva ammazzarla siccome non voleva seguire i suoi riti voodoo. Sole, in fuga, abbandonate le 12 donne. Soli, abbandonati e sì, anche loro in fuga, gli abitanti di Gorino. Non in fuga da un regime, da sevizie o torture. In fuga dalla realtà, anche e soprattutto perché nessuno gliel’ha mai spiegata.

“Non siamo razzisti”, hanno continuato a dire davanti a telecamere e taccuini. Non ne dubito. Non ne dubito perché non si parla dei Salvini di turno, ma di quelli indottrinati dai Salvini di turno. Si parla di gente lì da generazioni, lontana da tutto, che vive di vongole e brodo di gallina. Si parla di gente che vede Ferrara come una lontana metropoli, figurarsi la mondializzazione, le guerre, Zygmund Bauman o la multiculturalità. Si parla di gente abbandonata e in fuga dal mondo di oggi, che scappa dalla prassi e dal reale perché qualcuno è riuscito a convincerli che devono difendere il poco che hanno, che quel bar dentro l’ostello nel quale per una notte avrebbero dormito 12 impaurite donne, loro unico ritrovo, era in pericolo. Qualcuno è riuscito a convincerli che sono talmente in basso che devono aver paura di una migrante incinta. Qualcuno – di sobillatori è pieno il mondo – ha fatto centro usando come target persone fondamentalmente buone ma che hanno paura. Dello sconosciuto, dell’ignoto, dell’altro da me. La miseria umana rappresentata in tutte le sue possibili, tristi sfaccettature.

Quelle barricate sono un doppio pugno nello stomaco. Per l’indecente trattamento che è toccato a queste povere donne, ma anche per la piena consapevolezza della misera bassezza che certi tormentoni, certo populismo, certa propaganda stanno facendo vincere. Senza alcun senso della storia né della vergogna, alcuni esponenti locali della destra hanno definito gli abitanti di Gorino come “Eroi della Resistenza”. A cosa? “Al diktat dell’accoglienza”. Diktat. Accoglienza.

Ancora ‘stamattina papa Francesco ha ribadito che i migranti vanno accolti, che gli egoismi non servono a niente. Ma è brusio, è sottofondo. È, per quanto sia doloroso accettarlo, un onesto esercizio di stile, se nella rossa Emilia, nella cristiana e religiosa Italia al posto di una mano tesa e un tè caldo si alzano delle barricate.

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