Ucraina mon amour

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L’ambiente del folklore è un universo parallelo e poco conosciuto, un mondo in cui si incrociano persone da ogni parte del mondo, con cui per giorni si condividono non solo il palco, ma anche gli spazi, il cibo, il tetto sotto cui si dorme, perfino i bagni.

Il mio battesimo del folk, come chitarrista, dei “Canterini della Riviera Jonica” di Roccalumera, Messina avviene a Rivne, Ucraina, a 3000 km da casa, nel cuore dell’ex URSS: ci mettiamo 3 giorni, in pullman, lasciando prima la tranquilla Udine e poi l’incantevole Budapest per inoltrarci lungo le strade sterrate o sperdute nel nulla dell’ex URSS, attraversando boschi infiniti in cui ogni tanto spunta un condominio o qualcuno in bici nel cuore della notte. Da una collinetta dietro un’area di servizio, in cui al posto dei servizi igienici che da bravi occidentali ci aspettiamo troviamo una latrina, spunta fuori una torma di bambini biondissimi e sorridenti che ci circondano incuriositi: l’espressione di sorpresa e di gioia dei loro occhi quando gli regaliamo un pacco di fette biscottate ci sconvolge: iniziamo a renderci conto di aver sempre dato per scontato molte cose, succederà ancora, più spesso di quanto ci aspettiamo.

I primi momenti sembrano prefigurare una settimana da incubo: albergo fatiscente, niente acqua calda al nostro piano (14esimo…) e sotto i letti qualunque schifezza, fra bottiglie e preservativi; ma siamo troppo stanchi per lamentarci, si fa scorta di detersivi e strofinacci e ci puliamo le camere da soli. Siamo siciliani, in fondo, secoli di dominazioni ci hanno lasciato nel DNA il senso dell’adattamento. A tavola non va meglio: obiettivamente ci trattano da signori, secondo i loro standard, ma non dimenticheremo mai le uova al tegamino e il pane all’aglio a colazione, e il borsch, la tradizionale zuppa di barbabietole con rosso d’uovo sodo, tipica del Paese, servito ad ogni pasto, perseguiterà i nostri sogni con il suo inquietante color viola fluo.

Ci rechiamo in un cambio valuta, tutti tiriamo fuori più o meno 200 dollari a testa, e lì Olga, la nostra guida, strabuzza gli occhi: lei, insegnante statale di inglese, quei soldi che noi mettiamo lì con noncuranza, considerandoli il minimo per una settimana di vacanza, li guadagna in un mese o due.

A livello artistico abbiamo di fronte i gruppi dell’Europa dell’Est, gente che viene fuori dalle accademie del Folklore, ginnasti prima ancora che ballerini, tutt’altra cosa rispetto alla nostra allegra banda di caciaroni casinati con i nostri fischi da pecorari, le urla e le tarantelle.

È un altro mondo: ma di quel mondo ci siamo innamorati, ricambiati.

Prima esibizione, grande piazza in stile sovietico, una gran folla che festeggia i 10 anni dell’indipendenza: Attilio, lanciando in aria la “quartara” (il vaso tradizionale siciliano in cui si soffia dentro per fare un suono basso e che poi si lancia appunto in aria per riprenderla al volo) come ha fatto mille volte, inciampa e manca la presa mandando il vaso in pezzi, tutti proviamo un brivido lungo la schiena, pensiamo già che sarà una settimana da incubo. Ma Attilio si rialza subito, e fa la prima cosa che probabilmente gli viene in mente: semplicemente, come se nulla fosse, prende il manico rotto del vaso e inizia a lanciarlo in aria. È il gesto improvvisato che rompe ogni tensione: finiamo trascinando gli spettatori a ballare, riceviamo in regalo di tutto, bandierine, spillette, persino cioccolata, da grandi e piccini, siamo sommersi da un’ondata di affetto insperato e imprevisto, un signore arriva con i cocci della quartara chiedendo di autografarli, una signora tenta persino di appioppare la figlia a qualcuno di noi, la ragazza è carina e intelligente, studia medicina, insomma un vero affare! Il malcapitato Pippopeppe non se la scrollerà di dosso per tutto il resto della tournèe, finiremo per chiamarla “sua suocera”.

Tocca esibirci ancora quel giorno, in uno splendido parco, ci prepariamo in fila, imbraccio la mia chitarra e trattengo il respiro, lo speaker inizia a presentarci, non capiamo una parola se non la frase finale, “Canterini della Riviera Jonica, Italia”: il boato della folla che segue mi fa venire un brivido, le mani mi tremano, mando giù un groppo. Saliamo sul palco, con tanta energia da sembrare che volessimo spaccarlo, migliaia di persone in delirio, fino al gran finale: Melino, il nostro direttore, si volta verso noi musicisti e ci dice solo quattro parole, “La canzone ucraina, ora”. E attacchiamo quel brano di folklore locale che avevamo preparato prima di partire: il pubblico lo riconosce, si alzano migliaia di mani, migliaia di voci diventano una sola; non abbiamo trattenuto le lacrime, sul palco. Ci mettiamo una vita ad uscire dal parco, fisicamente stretti in un abbraccio di una folla innamorata, volano abbracci, baci, continuano a regalarci di tutto, qualcuno autografa una tetta, mille foto vengono scattate; mi si avvicina una ragazzina, avrà avuto 12 o 13 anni: mi apre davanti il diario di scuola e mi fa capire che vuole il mio indirizzo, glielo scrivo, mi regala una spiletta; mi ritroverà su Facebook quasi 10 anni dopo, ha conservato quel diario e cercato tutti noi.

Quel festival pazzesco termina con l’ultima esibizione, in teatro: suoniamo per ultimi, dopo di noi solo il gruppo locale, ci spiegano che è un grandissimo onore, arriveranno a regalarci un giorno in più di permanenza a spese loro, da turisti, con tanto di festa finale.

Siamo partiti pieni di emozione e qualche preoccupazione: siamo tornati carichi di amore, felici di aver dato, per qualche giorno, una gioia a quelle persone. È questo, forse, il senso del fare spettacolo: ricevere amore da persone sconosciute, e donarne a nostra volta.

(Questo pezzo è dedicato alla memoria di Melino Romolo e di Pippopeppe)

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