Caro Marioli, il dialetto è un tesoro da custodire, ma non solo…

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Leggo con una certa curiosità la proposta del giovane leghista Nicholas Marioli di istituire corsi di dialetto nelle scuole per rimediare alla lenta diminuzione del numero di persone che lo parlano, soprattutto fra i giovani.

Devo dire (e qui lo dico e qui lo nego) che mi trovo d’accordo con Marioli riguardo l’importanza delle parlate locali, e, badate, dico “parlate” e non “lingue” non a caso ma in quanto i dialetti vivono e si tramandano di bocca in bocca, dalla viva voce di chi li parla, e difficilmente metterli per iscritto ne trasmette la forza e l’espressività che invece assumono nell’espressione orale.

Sono anche pienamente convinto, come il giovane leghista, che il dialetto sia un simbolo dell’identità culturale del territorio, una tradizione da preservare e tramandare di generazione in generazione; però, caro Nicholas, mi permetto di dissentire sui termini di questa trasmissione, in primis per il motivo di cui sopra, ovvero che il dialetto, qualunque esso sia, vive nella misura in cui esso è realmente lingua del popolo, parlata a viva voce e pertanto assolutamente spontanea nelle sue dinamiche e articolazioni, libera da costrizioni grammaticali e anzi padrona di inventare e modificare continuamente le proprie regole espressive, da non ingabbiare in un sistema di regole sostanzialmente scritte a posteriori, artificiali e poco coerenti con la natura spontanea e libera della parlata locale, finendo fondamentalmente con lo snaturarlo e col privarlo della sua forza espressiva, e sono sicuro che non è questo che tu non vorresti che uno dei simboli della tua identità venisse banalizzato e reso, perché no, anche gelido.

Ma c’è dell’altro.

Il dialetto è parte integrante della cultura delle comunità locali, dalla Valle di Muggio all’alta Val Rovana, ed è qualcosa di strettamente legato alla realtà del territorio, tanto da essere diverso e variegato a seconda delle zone: è il linguaggio che parliamo con i nostri familiari, con i nostri vicini più stretti, con gli anziani che conservano la memoria storica, è qualcosa che ci appartiene profondamente in quanto abitanti di quel determinato territorio, se vuoi è anche una specie di “linguaggio in codice” che usiamo con chi siamo certi che riesce a capirci, quasi in una sorta di complicità. È un tesoro di cui, personalmente, credo occorra essere gelosi e attenti non solo a non perderlo, ma anche a non renderlo banale e “mainstream”: per questo, caro Marioli, io personalmente storco il naso quando sento qualcuno che per fare il simpatico storpia il mio dialetto siciliano, e immagino che neanche tu sia particolarmente contento di sentire qualcuno che parla in dialetto in modo forzato, solo perché lo ha studiato o sentito in giro, senza la spontaneità e la naturalezza di cui sopra. Non ti sembrerebbe estraneo? A me sì.

Il dialetto racconta la storia di un popolo e del suo territorio, ne conserva spesso la memoria anche attraverso i termini che esso assorbe da altri idiomi, per contatto e vicinanza; non conosco abbastanza il dialetto ticinese per poterne fare un esame, caro Nicholas, ma ti voglio parlare del mio, del siciliano che parlo abitualmente con i miei parenti e le persone più strette della mia terra di origine: il mio dialetto è un melting pot, un crogiuolo che contiene in sé le tracce di tutte le dominazioni che la mia terra ha vissuto fino al punto di farne propri numerosi termini, in un percorso culturale non di rigida esclusione ma, se vogliamo, di integrazione. Nel dialetto siciliano, la cui massima espressione puoi trovare nella Scuola dei Poeti Siciliani sorta alla corte dell’imperatore Federico II di Svevia nel XIII secolo e a cui si deve l’invenzione della forma poetica del sonetto, ad opera di Giacomo da Lentini, sono confluiti e sono stati assorbiti termini mutuati dall’arabo, dallo spagnolo, dal francese, dal greco antico: in Sicilia si raccoglie l’acqua piovana per l’irrigazione nelle gebbie, dall’arabo  jabh (vasca) e la si fa scorrere nella saia (da sāqiya,canale), si va a comprare la carne nella chianca (dal greco kiankeo, macellare), si fa il vino dalla racina, dal francese raisin dei franco-normanni e dei loro discendenti, di una persona brutta diciamo che è lària, da laid, inglese, ci si soffia il naso col muccaturi (mocador in catalano), e potrei proseguire ancora a lungo.

È evidente che questo assorbimento linguistico avviene principalmente ad opera delle classi popolari, quelle che praticavano i mestieri più umili che ora, fondamentalmente, definiremmo tradizionali e che vanno via via scomparendo, quelle persone per cui il dialetto era (ed è tuttora) la lingua di tutti i giorni: un pastore della Val Rovana o un casaro della Val Bedretto conservano ancora la memoria linguistica del passato in modo assolutamente naturale e spontaneo, sono in un certo senso custodi della tradizione dialettale autentica in un mondo in cui essa sta sparendo insieme ai loro mestieri artigianali e alle tradizioni di un tempo.

E allora io te la butto lì: perché, anziché studiare il dialetto in modo fine a se stesso, quasi come una curiosità folkloristica, non provare a istruire i nostri giovani sulle tradizioni antiche del territorio, di cui il dialetto è un aspetto importante? Perché non spiegare ai ragazzi che quelle che sembrano usanze superate, se vogliamo anche “da buzzurri”, sono invece parte integrante su cui si fonda ciò che siamo oggi, e che quindi parlare in dialetto non è un segno di ignoranza ma bensì un atto di conservazione del patrimonio culturale di queste terre? Perché non studiare il folklore e le tradizioni popolari, a partire dai canti autentici, quelli dei pastori o delle lavoratrici delle risaie, di chi creava arte in dialetto in modo naturale per raccontare di sé alle generazioni future?

Caro Nicholas, se vogliamo tramandare l’utilizzo del dialetto bisogna prima di tutto fondarlo su una solida base, mantenere vivo il substrato culturale e folkorico (non folklorisico, bada bene) del Ticino, dimostrare alle nuove generazioni che le tradizioni popolari, siano esse i mestieri antichi come pure i canti e i balli antichi, non sono né roba vecchia né da cose da campagnoli, ma che fanno parte delle nostre radici: soprattutto, in un contesto multietnico come quello attuale, andare alle radici vuol dire presentare a ragazzi che arrivano da altre culture l’essenza autentica di questo territorio nella sua espressione più genuina come quella popolare, la cui lingua è il dialetto.

Allarghiamo lo sguardo, Nicholas, partiamo sì dal dialetto, ma facciamo in modo che esso non sia un mezzo di esclusione verso chi non è “dei nostri”, ma che al contrario sia uno spunto da una parte per scoprire chi siamo e da dove veniamo, e dall’altra per incuriosire chi arriva da lontano, stimolare allo scambio e al confronto delle tradizioni popolari, mostrargli quanto, in fondo, tutto il mondo è Paese, che un contadino della Leventina e uno dell’Albania, in fondo, sono simili e vicini l’un l’altro nel momento in cui scoprono che quella che chiamano con nomi diversi, in fondo, è pur sempre una patata.

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