“Ecco perché bisogna votare Sì all’uscita dal nucleare”

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Domenica il popolo si esprimerà sull’iniziativa “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” e la campagna è nel vivo. Per schiarirci le idee e per sostenere la bontà di questa iniziativa abbiamo raggiunto Matteo Buzzi, coordinatore del Comitato “Sì all’uscita dal nucleare”, che ci ha raccontato come stanno le cose e ci ha aiutati a smontare alcune bufale che stanno circolando in questi giorni.

Buzzi, votare per la nostra sicurezza, per la nostra qualità della vita e per quella dei nostri figli, per l’ambiente dovrebbe essere una cosa spontanea, normale. Per alcuni non lo è. È una questione di influenze economiche o anche culturale?

Secondo me a causa di motivi storici ora diventati ideologici. Storicamente, ogni volta che il popolo ha dovuto esprimersi su questo tema, si è tentato di inculcare nella testa della maggioranza degli elettori il concetto dell’insostituibilità della corrente nucleare con le rinnovabili sia per motivi finanziari che per motivi tecnologici. Oggi, nonostante siamo di fronte a un oggettivo problema di sicurezza (parco nucleare più vecchio al mondo, gestori quasi tutti vicini alla bancarotta finanziaria e che non investono più a sufficienza nella sicurezza, e richieste di maggiori poteri per l’Ispettorato Federale della Sicurezza Nucleare bocciate dal Parlamento) si tenta di mantenere nelle teste questo argomento, nascondendo l’evidente sviluppo che si è avuto nel nuovo rinnovabile in Europa e nel Mondo negli ultimi 10 anni.

Ogni 6 mesi (!) in Europa viene aumentata la produzione rinnovabile dell’equivalente di tutte e 5 le centrali nucleari svizzere. Il costo di produzione del rinnovabile (solare in primis) diminuisce di circa il 5% all’anno ed è già ora più che mai concorrenziale con il nucleare (che è nettamente sovvenzionato dalla collettività e necessita continui investimenti per cercare di mantenere la sicurezza). Se poi si pensa alle attuali perdite milionarie da parte dei gestori delle centrali nucleari (oltre 600 milioni all’anno, vedi anche la volontà di ALPIQ di regalare per un franco le sue centrali nucleari deficitarie) appare ancora più evidente che la difesa del nucleare a tutti costi appare oggi quasi solo ideologica.

Uno degli argomenti principali di chi contrasta la vostra iniziativa è che in caso di uscita dal nucleare comunque l’elettricità andrà importata, con dispendio di denaro e aumento delle emissioni di CO2. È una bufala o c’è del vero?

Una gran bufala. L’aumento massiccio delle importazioni e in particolare di corrente sporca (nucleare o prodotta con il carbone), paventato dai contrari all’iniziativa, non ha nulla a che vedere con il piano di sostituzione della corrente nucleare proposto dagli iniziativisti. Circa l’11% della corrente nucleare è già sostituita con il nuovo rinnovabile (solare, biomassa eolico, nuovo idroelettrico). A questo si aggiungono 55’000 progetti in attesa di entrare a far parte del programma RIC che permetteranno di sostituirne un altro 35%. Per il rimanente 54% abbiamo tempo fino al 2029. Inoltre va menzionato che mediamente più del 10% della corrente nucleare è utilizzata al netto esclusivamente per l’esportazione. Il tasso complessivo di ampliamento pro capite annuo (2017-2029) del rinnovabile per implementare questo piano sarebbe di ca. 210 kWh (meno di un pannello solare) o rispettivamente di ca. 140 kWh se si considerano le produzioni rinnovabili già in funzione all’estero in mano svizzera (circa un terzo della produzione nucleare svizzera). Il tutto combinato con l’idroelettrico che ci permetterà di immagazzinare il surplus di eolico e solare (il giorno per la notte, d’estate per l’inverno).

Si tratta di tassi di ampliamento nettamente inferiori a quelli attuali dei nostri vicini Germania e Austria. Siamo meno bravi di loro? E se anche dovessimo importare più corrente bisogna tener presente che i prezzi della corrente in Europa sono ai minimi storici, anche quelli del rinnovabile. Quindi sia con la produzione interna che con l’eventuale importazione di corrente rinnovabile non si avrà un cambiamento significativo dei costi della corrente. Tra l’altro il beneficio della diminuzione del prezzo l’hanno potuta percepire solo i grandi consumatori che operano nel mercato libero, i singoli cittadini continuano in gran parte a pagare come prima, una sentenza del Tribunale federale permetterà però di far  diminuire i prezzi nei prossimi anni.

E anche se per ipotesi (nel caso il Parlamento facesse un blocco sistematico e si rifiuti di accelerare l’ampliamento del rinnovabile) dovessimo importare corrente prodotta con il carbone le emissioni di CO2 in Europa e in CH non aumenterebbero: vi è una sovrapproduzione di corrente ed eventuali maggiori emissioni nel settore elettrico dovrebbero essere compensate altrove.

Il consigliere nazionale democentrista Buffat ha affermato che questa iniziativa “avrebbe conseguenze nefaste per i cittadini e per l’economia”. Invece qui si dimentica il fatto che l’uscita dal nucleare permette un investimento sulle energie rinnovabili creando molti posti di lavoro qualificati. Senza dimenticare gli enormi costi in caso di incidente nucleare. Concordi?

Esatto. Rimanere fino al 2050 nel nucleare e senza un vero piano di uscita come propongono il Consiglio Federale e il Parlamento costerà molto di più che uscire come propone l’iniziativa. E questo per almeno quattro motivi.

Il primo motivo sono le 600 milioni di perdite annue che si accumuleranno nel nucleare. Il secondo è legato all’aumento della quantità di scorie radioattive da immagazzinare per 200’000 anni (oltre 75 tonnellate all’anno). E il terzo è l’enorme insicurezza che si da all’economia se non si vogliono dare delle date precise per la chiusura delle centrali nucleari. Chi vorrà investire nella svolta elettrica se non si sa bene quando quale quantità di corrente dovrà essere sostituita? Il quarto aspetto è l’anzianità delle centrali nucleari svizzere, che si manifesta già in una accresciuta necessità di manutenzioni (ora ad esempio il 50% della produzione nucleare è spenta per problemi di sicurezza) che impongono continui investimenti, la ricerca a corto termine di corrente sul mercato e costosi interventi di gestione della rete elettrica.

Da notare che comunque alla fine del ciclo di vita delle centrali sarà comunque la collettività a pagare , dato che non ci saranno in ogni caso soldi a sufficienza per smantellate le centrali e creare il sito di stoccaggio. Le fantomatiche richieste miliardarie di indennizzi alla luce delle continue perdite finanziarie del nucleare citate prima si sgonfieranno a poca cosa. Infine si dimentica che l’uscita dal nucleare creerebbe circa 7000 nuovi impieghi in Svizzera (contro i 1500 impieghi che andrebbero persi nel nucleare), in gran parte nelle regioni periferiche come il Ticino (solare e utilizzo della biomassa forestale).

Grazie all’uscita dal nucleare potremo inoltre salvare l’idroelettrico in difficoltà e valorizzarlo ulteriormente (come batteria). Nel contesto più ampio della svolta energetica le possibilità di nuovi posti di lavoro, specie nell’efficienza energetica, sono ancora maggiori. Facendo gli scongiuri, è però altrettanto evidente che un grave incidente nucleare (con danni tra 88 e 4’300 miliardi) porterebbe a conseguenze economiche catastrofiche per il nostro Paese e nel peggiore dei casi addirittura la bancarotta con l’evacuazione di 1-2 milioni di persone.

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