Il flop di Boris Bignasca: nemmeno i suoi lo seguono

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L’ennesima proposta del Boris è come al solito costata al contribuente per finire con un nulla di fatto, e oltretutto con neanche la sua deputazione al seguito. Solo quattro infatti i voti leghisti che hanno sostenuto la proposta di Boris Bignasca, bocciata dal parlamento praticamente all’unanimità. Proposta che chiedeva, per risparmiare a suo parere, la diminuzione dei parlamentari da 90 a 60.

Che fosse una tavanata al cubo l’avevamo già detto nel maggio di quest’anno, quando fu partorita dalla prolifica mente del delfino leghista (leggi qui).

Adesso appunto viene bocciata con delle motivazioni, giunte da tutti i partiti, che fanno onestamente fare una figura da cioccolataio a Boris. 58 no, 4 sì (solo di leghisti) e 10 astensioni. Tenendo presente che la Lega ha 22 deputati, il Boris si è tirato dietro il 20% dei suoi. Grande leader.

Il virgulto del Nano ha avuto il coraggio di dire: lo scopo della proposta non è aumentare la mole di lavoro ai 60 deputati previsti, ma ridurre il numero di mozioni e iniziative, facilitando il dialogo tra meno persone.” Sarebbe già bello se riducesse lui le mozioni che spara a raffica, su esempio del biondo codino. Mozioni e interpellanze che hanno intasato il parlamento negli ultimi decenni e hanno fatto spendere centinaia di migliaia di franchi ai contribuenti in inutili diatribe spesso sfociate nel nulla.

“Al momento siamo già in 60, mi chiedo dunque quanti saremmo se veramente si procedesse a una diminuzione di 30 deputati” ironizza Maristella Polli (PLR), riferendosi al frequente assenteismo parlamentare. Verdi e Socialisti fanno invece notare che la già esigua rappresentanza femminile diminuirebbe ancora, per non parlare dei piccoli partiti e delle rappresentanze delle zone periferiche. Insomma, un flop in salsa Bignaschiana, che scimmiottava italiche riforme. Riforme che da noi, con la politica di milizia, non hanno alcun senso.

E questa non è che l’ultima spaccatura tra Boris e i suoi. Anche Caverzasio, capogruppo in parlamento, si è recentemente unito sa Zali e Borradori nel sostenere la tassa sul sacco, contro il referendum indetto dai Bignasca. Sempre di più si allarga la ferita che squarcia un movimento ormai bicefalo.

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