La missione di raccontare, due parole con Pierfrancesco Citriniti

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Pierfrancesco Citriniti. Un ragazzone dalle guanciotte rosse, la barba curata, un’espressione gioviale e un fisico da buttafuori dei peggiori locali notturni. Un gigante buono insomma, che vediamo comparire su Rai Tre nella trasmissione Gazebo, condotta da Diego Bianchi. Ha girato mezza Europa con telecamera al seguito, ha visto con i suoi occhi gli orrori della migrazione e le devastazioni del terremoto. Documenta un sacco, compare poco, parla ancora meno. Così abbiam deciso di intervistarlo noi.

Ciao Pierfrancesco, in tanti ti vedono a fianco di Diego Bianchi nelle più disparate situazioni, ma parli sempre poco. Raccontaci di te. Chi è quel ragazzone che ogni tanto compare su Rai Tre?

Sono un ragazzo molisano di 35 anni, che nella vita sogna di diventare regista. Mi son fatto 13 anni di gavetta nel mondo del cinema, lavorando per lo più con Fandango, con cui ho girato alcuni film anche come aiuto regista.

Come ci sei finito a Gazebo?

A un certo punto, mentre stavano allestendo la prima stagione, mi hanno chiesto se ero interessato ad entrare a Gazebo. Ci vidi del potenziale, sebbene non sapessi chi fosse Diego Bianchi, come lavorava, che aveva fatto ecc.. Ricominciai con la gavetta, portando il caffè, archiviando il materiale, lavorando dietro le quinte. Durante la prima riunione, venendo da un ambiente cinematografico dove, se non hai nulla di intelligente da dire o non vieni interpellato, stai zitto, Diego mi fa: “Ma tu non parli mai?” “Solo se ho qualcosa di intelligente da dire o vengo interpellato” rispondo. Diego controbatte “A me le persone che non parlano mi danno fastidio.” Piano piano, conoscendoci, abbiamo superato questo primo ostacolo. All’inizio della seconda stagione c’è stata la necessità di avere altra gente che facesse dei pezzi, che andasse sul posto a riprendere e creare materiale per la trasmissione, cosi mi feci avanti. Confrontandomi con Diego ho colto il suo modo di raccontare, facendolo mio.

Alla fine però Gazebo è un lavoro di squadra, è più di una squadra, una famiglia, e nella famiglia è un piacere anche porgere il caffè. Son felice di lavorare a Gazebo perché alla fine non lo senti come un lavoro, ma una missione. La missione di raccontare cosa succede attorno a noi. Ancora oggi non mi capacito dell’affetto della gente per questa trasmissione, mi fa piacere, ma mi rendo conto che mi rende vulnerabile, proprio perché non pensavo potesse essere questa la mia strada. Ringrazio Diego Bianchi e Andrea Salerno per la possibilità che mi è stata data.

Ultimamente ti vediamo spesso nei viaggi di Diego Bianchi, hai assunto quasi un ruolo nei suoi racconti.

Il mio personaggio durante i viaggi ha il ruolo di alleggeritore della situazione, per smorzare i toni a volte cupi delle vicende che raccontiamo. Non avrei mai pensato di stare davanti ad una telecamera, abituato io a stare dietro alla macchina da presa. Non parlo molto, non serve. Dobbiamo prima di tutto vivere e raccontare con le immagini quello che vediamo, per arrivare al cervello ma soprattutto al cuore della gente.

Bene, allora parliamo di questi viaggi. Dov’eri domenica 29 ottobre, attorno alle 7:40?

Eravamo a Macerata perché quel giorno saremmo dovuti andare ad Amatrice per vedere come andassero le cose a due mesi dal sisma. Ci siamo svegliati con la scossa, quella di 6.5 punti Richter. Ricordo di essermi fiondato in corridoio mettendomi sotto al primo architrave portante. 3 minuti di scossa. Dopo esserci vestiti e valutato la situazione siamo partiti, ma in direzione di Norcia.

Quel giorno si son registrate un numero considerevole di scosse, più di 200. Che vuol dire “terremoto” quando lo si ha costantemente tutto il giorno sotto i piedi?

Non sei assolutamente preparato, sono emozioni che non sai gestire, soprattutto la paura. I tuoi sforzi si concentrano sul rimanere lucido e, soprattutto se non sei a casa tua, la cosa risulta difficile.

Non vi siete sentiti fuori luogo in una situazione del genere?

Siamo stati tra i primi ad arrivare. Devi cercare di non essere invadente, devi saperti fare da parte e lasciare lavorare. Anche sapersi mettere da parte è un modo di aiutare, rendendo agevoli le operazioni. Fortunatamente in quell’occasione non vi furono vittime o persone disperse sotto le macerie, sotto l’aspetto psico emotivo questo fa molto. Comunque se non sei li per fare sciacallaggio mediatico, ma per raccontare davvero quello che è successo, anche la gente lo percepisce e ti accoglie in altro modo, con affetto.

Con Diego Bianchi avete toccato con mano anche la dura realtà della migrazione. Idomeni, Lampedusa, Calais, l’Ungheria e la Grecia. Cosa è stato per te quest’esperienza?

Abbiamo raccontato i confini, quelli di Stato, ma anche quelli dell’uomo. Nei miei viaggi con Diego ho sempre ammirato i migranti. È gente che in quel momento non ha nulla, ma che comunque è pronta a dividere quel loro nulla con te. Da un pasto caldo, una bottiglia d’acqua, una coperta, loro dividono, condividono, anche con te che sei comunque uno che gira per il campo con il telefonino o la telecamera.

Abbiamo dovuto dormire una notte nella Jungle di Calais per pericolo di scontri al di fuori del campo, e ci hanno accolti tra loro, nel loro nulla hanno trovato posto per noi.

Ogni volta che rientriamo da un viaggio del genere devi poi conviverci. Se tu vedi un’immagine forte in tv è perché quel momento qualcuno lo ha vissuto davanti a sé con una telecamera accesa. Come la scena vista in Ungheria della bambina spinta sul bus dal finestrino per ricongiungersi alla madre. Io ero li per caso e mi son trovato davanti questa scena. Se inseriamo l’immagine nel servizio è perché vogliamo entrare nelle coscienze delle persone. Tu non t’immagini quanto materiale abbiamo dovuto scartare per rispetto anche di quelle persone che stanno passando un inferno e non passare come avvoltoi della notizia, ma noi le scene le abbiamo viste e personalmente le ho ancora davanti agli occhi e fatichi ad addormentarti la notte. Si torna a casa sempre un po’ ammaccati.

Quale invece è stata l’esperienza che ti ha lasciato più il segno?

L’Ungheria. Forse perché la prima volta che andavamo sul campo. Fu un viaggio fatto in auto con una Fiat Punto da Roma fino in Ungheria, nelle zone di confine. Però ho un quaderno pieno di segni, di disegni. Me lo ha donato un padre di una bambina ad Idomeni. Lui mi corre dietro e mi da questo quaderno in mano. Ci sono i disegni di questa bambina attraverso i quali racconta il suo viaggio da casa sino ad Idomeni. Le bombe, le fughe, il mare..quando me lo consegnò rimasi per qualche minuto sbigottito di fronte a queste tavole. Dissi a Diego: Credo di avere in mano il libro della Storia moderna. Alcune tavole le abbiamo poi donate al comune di Lampedusa che le custodisce in un museo, ma il quaderno è ancora con me.

Qual è invece il posto dove non vorresti tornare?

Non c’è un posto preciso dove non vorrei tornare. Non vorrei tornare laddove c’è infelicità, perché non avrei nessun modo per rimediarvi.

Grazie Pierfrancesco per la tua testimonianza e il tuo tempo.

Grazie a voi, son rimasto lusingato da questa intervista. Dovessimo passare dalla Svizzera sentiamoci, per bere qualcosa insieme.

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