La notte degli schiaffi

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Man mano che sono passate le ore, assieme alle tazze di caffè anche gli schiaffi sono diventati più forti. Quelli duri, durissimi in faccia all’Obama mitizzato in Europa ma che ha lasciato questa tragedia di eredità; quelli degli operai in faccia al Partito democratico; quelli dei buffissimi “hispanics for Trump” orgogliosi di votare chi gli dà dello stupratore; quelli degli Stati tradizionalmente democratici che hanno voltato le spalle; quelli dell’America che ha dimostrato di non poterne più del familismo e che i Kennedy ok, i Bush vabeh ma anche i Clinton no; quelli di chi va a votare fregandosene altamente dei mercati, delle conseguenze, di tutto il resto, conta il mio sfogo per la mia vita di merda, gli altri s’adeguino; quelli tirati al Partito Democratico spaccatosi tra una contestabilissima e fragile Clinton e un simpatico signore che ha fatto il viaggio di nozze nella fu Unione Sovietica e lì è rimasto con la testa; quelli al Partito Repubblicano, che non ha saputo opporre resistenza a Trump, lo ha subito, contestato ma che ora è fiero sul carro del vincitore, chissà per quanto – business as usual; quelli a ripetizione arrivati in faccia a Hillary Clinton: da chi ha votato suo marito e non lei, dai Millennials e dai tifosi di Sanders che non l’hanno votata lasciando strada libera all’Apocalisse trumpiana.

Lo schiaffo è arrivato durissimo in faccia al mondo dell’informazione: nessuno negli Stati Uniti ha colto il fenomeno Trump avanzare, pure i media di destra come Fox News e il Wall Street Journal ancora ieri davano Clinton oltre i 300 grandi elettori. Gli endorsement della carta stampata non sono serviti a niente, anche i gruppi editoriali oggi sono considerati élites da abbattere in nome del popolino.

Soprattutto, è lo schiaffo in faccia degli americani che si sono fidati di poco più di un clown e poco meno di un cialtrone. E che, ovviamente, l’hanno votato in massa. Hillary Clinton non è mai piaciuta, con buona pace di Beyoncé e Bruce Springsteen. Ha fatto abbastanza sorridere vedere Obama spalleggiarla dopo averne detto peste e corna nelle primarie democratiche del 2008 e averla a stento tollerata come Segretario di Stato. Sembrava fuori posto la donna delle lobby e di Wall Street nel chiedere il voto operaio dell’Ohio, ma il fatto che sia risultato più credibile – in tutto questo e molto altro – un gaglioffo come Donald Trump la dice lunga sull’umore dell’elettorato americano. Il punto è che, abbandonando il tifo, dietro la vittoria di Trump c’è l’America profonda che si è scoperta minoritaria durante gli otto anni di Obama, l’America bianca che canta l’inno con la Bibbia in mano. La periferia di True Detective diventa, all’improvviso, un posto più riconoscibile, interiorizzato. Hanno vinto l’odio, la miseria morale, la volgarità. Ha vinto il leaderismo più sfrenato di un ducetto che sta ballando sulle rovine della politica per come la conoscevamo. E ha perso una candidata che, dopo le sparate di Trump sul non accettare il responso elettorale in caso di sconfitta, nemmeno si è degnata di presentarsi al suo quartier generale mandando un suo scherano a dire “Grazie, andate a casa”. Il succo è questo.

Oggi è finito una volta per tutte il Novecento. Siamo davanti a una rivoluzione politica, economica, di società, di pensiero. L’unica domanda che è lecito farsi ora è se il mondo sarà più forte di questa Apocalisse. Il cervello risponderebbe di sì, ma era quello che diceva “Chi? Trump? Maddai…”

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