L’autunno del patriarca

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Fu molti anni fa, in una vacanza che sanciva la fine del mio ciclo di studi, che conobbi Marquez; tra le paludi della Camargue, i viali alberati e le casupole in sasso e le acque verdi del Canal du Midi. Eravamo 5 giovani che, entrati nella metamorfosi della vita, scivolavano nell’alveo obbligato della vita come girini nell’acqua che li avrebbe fatti diventare adulti.

Nel frinire delle cicale sui lecci, tra il luccicare dei riflessi e il languire delle serate, ci lasciavamo alle spalle la spensieratezza per entrare nel mondo degli adulti.

Sul ponte di una chiatta, assorto sotto il sole del mezzogiorno francese, divorai, fagocitai e feci mio quello che sarebbe diventato un amico per sempre. Gabo, lo scrittore vissuto a cavallo tra Colombia e Messico, fu il mio regalo di diploma. Fu una scoperta folgorante, quasi luminosa. Fu amore immenso e definitivo: “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera”. La sua prosa strana, che passeggiava avanti e indietro lasciandoti spiazzato, le sue metafore al contempo bibliche e pagane, il suo modo di raccontare, mai canonico, lo rendevano unico.

Ma il libro, quello con la L maiuscola, quello che rese per me grande Marquez, fu “L’autunno del patriarca”. Il morbido e altalenante intercalare completamente privo di punteggiatura. Un unico periodo infinito, la storia del declino di un vecchio dittatore.

Oggi se n’è andato Fidel. Doveva succedere prima o poi. Il patriarca, il dittatore, l’ultimo testimone dei momenti meravigliosi della rivoluzione cubana, quando noi tutti, per decenni, siamo stati col fiato sospeso per vedere se quell’isola nei Caraibi, quello che era stato il puttanaio degli Yankee, avrebbe retto.

Fidel, nella sua Cuba, aveva pagato il suo essere superstite. Dalle pareti scrostate dei barbieri, nelle botteghe, nelle case, sui muri dai colori pastello, lo guardavano muti i due arcangeli, Camilo ed Ernesto, morti giovani e da eroi, consegnati alla storia come moderni martiri, adorati dai cubani come la Vergin de la carità del Cobre.

Chiamare Fidel dittatore è ingiusto. Nessuna dittatura ha avuto un’attenzione per la gente come quella cubana, che può vantare un sistema sanitario all’avanguardia e un tasso di alfabetizzazione e di istruzione tra i migliori del mondo. Certo, Cuba è povera, e gli oppositori finivano in galera, ma anche qui, il tutto cozza con la brutalità delle dittature dell’argentino Videla o del cileno Pinochet.

Fidel e Gabo, hanno innalzato l’America latina, sono stati fari nella notte, quando l’oceano era cattivo, e le onde della destra scagliavano i corpi sugli scogli. Cuba era la rivoluzione riuscita. I cubani sorridevano e cantavano, anche se brontolavano. E a Miami, i fuoriusciti, lo sapevamo tutti, non erano poveri idealisti, ma seguaci del dittatore Batista, figli di una borghesia che si era ingrassata sulla pelle dei cubani e che con la rivoluzione aveva perso tutto.

Sono quelli che oggi, in Florida, esultano per la morte di Fidel. Poveri sciacalli che ballano attorno al cadavere di un leone. Quella gente ha importato negli USA la mafia cubana e le idee di destra che erano state scopate fuori dall’isola coi fucili dei barbudos. Questa è storia, non un’interpretazione. Non è un caso che gli unici latinos in USA che hanno votato per Trump, siano proprio gli “esuli” cubani.

Ma non è tempo di storia. Quella la trovate nei libri. È tempo di ricordare cos’è stato per noi Fidel e cosa è stata Cuba. È tempo di ricordare le discussioni, i racconti e i sentimenti. È tempo di riconciliarsi con le ombre del passato e di ricordarci due cose fondamentali:

Gabriel ci ha insegnato ad amare, e Fidel a combattere. Questo conta e questo nessuno ce lo porterà via. Vi ricordate il Che? Quando diceva che le battaglie non si perdono, ma si vincono sempre? Ecco, quello ci è rimasto. Affronta sempre le cose, non scappare, fallo con amore e passione. Il vero delitto non è perdere. Il vero delitto è non affrontare le battaglie, è voltare la testa. E questo né Gabriel, né Camilo o il Che, e nemmeno Fidel, ce lo permettono più.

Noi ormai siamo la generazione che queste cose le ha imparate. Insegniamolo ai nostri figli, insegniamo loro che l’amore e il sacrificio cambiano il mondo, e che Cuba ne è l’esempio.

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