Pane al pane e vino al vino

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Lo so che è normale e se devo essere sincera l’ho fatto pure io ogni tanto. Ma ultimamente, sarà che sto inacidendo con gli anni, mi dà sempre più fastidio. Di cosa parlo? Della manina. Del piedino. Del nasino. Oh, come non lo sopporto! Quando si parla coi bambini spesso e volentieri tendiamo a rimbambirci di botto! “Dai la manina alla maestra”, “Metti il piedino nella scarpina”, “Hai dimenticato la giacchina!”. Ma santi numi, basta allevare i figli a forza di diminutivi!

Sono esseri umani, hanno mani e piedi – e che crescono a vista d’occhio per di più. I miei figli nei botti di crescita si fanno tre numeri in un anno. E li chiamiamo ancora piedini?

Oltretutto anche a loro dà fastidio, vogliono diventare uomini e donne e noi continuiamo a parlargli come se fossero solo un branco di gnomi, riducendoli alle dimensioni delle loro mani, dita, e quant’altro. “Fa freddo, metti i guantini sulle manine, altrimenti ti vengono le ditina fredde. E la cuffietta sulla testolina! Soffia il nasino”. Quando sento queste frasi mi comincia a schiumare il sangue. Chiamiamo le cose come sono. Pane al pane e vino al vino.

Questo vale poi anche per tante altre cose. So di genitori che cercano di non raccontare o parlare di certe cose ai bambini per non fargli paura o per chissà quale tabù, ma a mio parere così si crea al contrario più ansia ancora. Se mamma e papà non mi vogliono parlare di certi argomenti, allora deve essere veramente pauroso. Come la morte o il sesso. Non dico che bisogna spiegare tutto per filo e per segno, ma se un figlio ti pone determinate domande, mi sembra giusto dargli delle risposte concise e sincere. Se una persona muore, non diciamogli che è andata in cielo. Indipendentemente dal credo religioso, un bambino si immagina un corpo che svolazza in alto, e magari lo cercano con gli occhi e gli fa ancora più paura il pensiero di corpi forse invisibili svolazzanti. Sappiamo tutti quanto sia fervida l’immaginazione dei bambini. “Dove sono i nonni?” “Sono morti.” “Dove sono allora?” “Il loro corpo marcisce sotto terra o viene bruciato, la loro anima continua a vivere nei nostri cuori.” “Come si creano i bambini?” “Con un seme di papà e un ovetto della mamma.” Fine. Poi la cosa che mi ha sempre affascinato coi bambini è che sono sempre contenti di una risposta sincera, che la capiscano o meno. La risposta è però lì nel loro cervello e se la devono prima masticare, inghiottire e digerire. Poi magari il giorno dopo o più in là, quando la prima informazione è stata elaborata e sono pronti, tornano con altre domande. Passo passo si fanno un quadro della situazione e senza traumi ne drammi arrivano man mano a completare il quadro, come un enorme puzzle a cui ogni volta aggiungono un pezzo. Se non vogliono sapere altro, allora non chiedono oltre, quasi un’autodifesa innata. Ho provato diverse volte questa tattica e per quel che ho potuto constatare ha sempre funzionato. “Mamma, perché quando respiro d’inverno esce il fumo dalla bocca?” “Ma perché le molecole d’acqua contenute nel tuo fiato condensano a contatto con l’aria fredda”. “Ah, ok.” Poi magari il giorno dopo “Mamma, cosa è una molecola?” “Un gruppo di atomi, caro”. “Ah, grazie.”

“Mamma, ma le persone in America stanno a testa in giù?” “No, la Terra è rotonda e gira e non c’è un sopra e un sotto, è la forza di gravità che ci tiene attaccati alla superficie”. E così di seguito. Chiamiamo le cose col loro nome. È chiaro che il cervello di un bambino magari non apprende determinati concetti come un adulto, ma non sottovalutiamo i neuroni dei nostri figli. Le loro menti sono come spugne e assorbono ogni informazione che gli diamo e la incamerano, per poi farne uso magari anche in un secondo tempo.

Se vogliamo allora far crescere i figli, basta con i diminutivi, trattiamoli da esseri umani – piccoli si – ma con una potenzialità infinita.

Quindi cari figli miei, mettete la giacca, infilate i piedi nelle scarpe e camminate a testa alta alla scoperta del mondo!

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