Storie di delocalizzazione, autogestione e rivalse operaie: i 15 del Birrificio Messina

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Delocalizzazione è il termine che ultimamente i grandi gruppi industriali utilizzano per rendere più dolce l’espressione “Chiudo baracca e burattini, mando tutti a casa e vado a produrre dove il lavoro mi costa meno”: si sposta la produzione in Paesi spesso dell’Est o comunque dove la manodopera venga a costare globalmente meno; le conseguenze le conosciamo tutti: perdita del posto di lavoro, precarietà, disoccupazione, e dove non esiste un adeguato sistema di prestazioni sociali vuol dire mandare sul lastrico intere famiglie.

Tuttavia, la storia che vi raccontiamo, nonostante le premesse tragiche di cui sopra, ha un bel lieto fine, è una storia di uomini e donne che non ci stanno a diventare vittime delle logiche economiche e decidono di costruire qualcosa di meraviglioso, un grande esperimento di autogestione della fabbrica da parte degli stessi operai.

Siamo a Messina, città agli ultimi posti nelle classifiche di vivibilità in Italia e sostanzialmente vittima di un cronico degrado, fra disoccupazione, criminalità e mancanza di ogni forma di senso civico e di cura del bene comune: la storia inizia nel 1923, con la fondazione, ad opera della famiglia Lo Presti-Faranda, della storica fabbrica della Birra Messina, unica in tutta la Sicilia, marchio che diventerà esso stesso un’icona della città e della sua provincia, tanto che fino ad oggi a Messina chiedere “mezza birra” equivale a volere una Birra Messina da 33 cl. (perché lo standard, in tempi passati, era il 66 cl..).

Come spessissimo accade a molte realtà industriali locali, a un certo punto il giocattolo si rompe, i costi salgono e la produzione entra in crisi, ed è nel 1988 che la Birra Messina viene rilevata dal gruppo Heineken, che man mano inizia a spostare la produzione in altri stabilimenti (Massafra e Comune Nuovo), lasciando a Messina soltanto la fase dell’imbottigliamento; nel 2007, di Messina in quella birra rimarrà solo il nome: lo stabilimento chiude definitivamente. C’è quasi subito un tentativo da parte dei Faranda di mantenere l’attività iniziando la produzione di altre due birre, con nomi diversi dal momento che il marchio “Birra Messina” è ormai di proprietà di Heineken, ma i prodotti non sfondano sul mercato e nel 2011 la Triscele s.r.l. chiude ancora una volta, e stavolta 42 dipendenti, tanti padri di famiglia, rimangono definitivamente senza lavoro, nonostante le lotte condotte per mantenere l’impiego.

E qui inizia la storia della rivalsa dei lavoratori vittima di decisioni prese sulla loro testa: 15 dipendenti non ci stanno a finire nella precarietà, si rialzano, e nel 2014 impegnano il loro tfr (la liquidazione di fine rapporto lavorativo) per fondare una cooperativa, rilevano due capannoni industriali e cercano di mettere in pratica il sogno di riprendere la produzione di un marchio di birra a Messina, e di restituire a se stesi la dignità di lavoratori che gli è stata tolta.

Oggi, dopo 2 anni di sacrifici e battaglie burocratiche, quel sogno è diventato realtà: la produzione del Birrificio Messina è definitivamente sul mercato, la birra è tornata ad essere prodotta a Messina dopo anni in cui il marchio era solo una facciata, 15 operai si sono fatti imprenditori e hanno portato un barlume di speranza in un Sud Italia troppo spesso abituato ad essere maltrattato e umiliato dai grandi poteri economici, in una Città che ritrova per un attimo il suo orgoglio intorno a un’impresa aziendale che sembra una favola, questa volta a lieto fine.

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