I 5 libri più belli del 2016

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Di

1. Jonathan Franzen, Purity, Einaudi

Una guida al mondo di oggi, al delirio dei social network, alla follia che porta al dramma della solitudine, a tutto quello che i nostri occhi non hanno voluto vedere nel tempo e che si è mostrato lo sfascio che è l’oggi. Questo è Franzen, questo è Purity. Idealisti che si scontrano con la realtà, il Grande fratello orwelliano pompato dalla tecnologia e dalla modernità, il Muro di Berlino che divide prima e riunifica poi (paure comprese), fantasmi che ritornano e un finale che, giustamente, è prevedibile. Perché è la nostra esistenza a essere miseramente prevedibile, banale. E nessuno come Franzen riesce costantemente a ricordarlo.

2. Jonathan Safran-Foer, Eccomi, Guanda

Una moglie trova per caso un telefono nascosto dal marito in bagno, dove scova sms calienti – il cosiddetto sexting – che il tapino si è scambiato con una collega. Una coppia sull’orlo del baratro vola così verso il divorzio, in un affresco che rappresenta quattro generazioni di ebrei americani, l’alienazione, il dolore e la solitudine. Reale e allo stesso tempo onirico, dolce e allo stesso tempo crudele, interminabile e allo stesso tempo breve, ti fa scivolare nel famoso abisso nicciano che se lo guardi, beh, ti guarda pure lui. La vita, in fondo.

3. Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Ci sono momenti di grazia nella vita di ognuno di noi, ed Elizabeth Strout ne ha avuto uno dei suoi scrivendo questa autentica perla narrativa. Parole che urlano silenzi del rapporto mai esistito tra una figlia e una madre che si (ri)trovano quando la prima è in ospedale per una banale complicazione. Pochi giorni dopo una vita, il ricordo dell’America rurale guardando lo skyline di New York, l’assenza come indiscussa protagonista. Un libro che ti segna, per fortuna conciso: come un’emozione.

4. Emmanuel Carrère, A Calais, Adelphi

Uno scrittore è forse la persona migliore per fare un reportage. Più di un cronista sa descrivere qualcosa che vada oltre la fredda realtà, più di uno sceneggiatore sa rendere ancora più reale la realtà senza forzarla. Il dramma umanitario della giungla di Calais, difatti, Carrère ha deciso di affrontarlo descrivendo non la situazione né le storie dei migranti, ma Calais. La città, chi la abita. I suoi bar, i suoi luoghi di ritrovo. Ha parlato con chi vota il Front National, con chi una volta era di sinistra e ora è disincantato perché non crede più ai sogni, ha descritto i solidali e una città dimenticata. In poche pagine ha descritto il presente di molta parte d’Europa.

5. Henning Mankell, Stivali di gomma svedesi, Marsilio

Immaginatevi di avere 70 anni, di svegliarvi mentre casa vostra va a fuoco e di scappare calzando due stivali di gomma sinistri, le uniche cose che vi rimarranno dopo l’incendio. Una vita cancellata, i ricordi che aumentano lo smarrimento e l’introspezione come unica forma di sfogo. Prendete il (re)incontro con una figlia in pratica sconosciuta, una giornalista di trent’anni più giovane che risveglia l’amore e l’arcipelago al largo di Stoccolma con posti inventati perché la realtà è mutevole, e quindi non bisogna troppo affezionarsi. Serve altro?

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