I pantaloni bianchi si sporcano facilmente

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Sono storie di ordinaria follia, storie amare come il fiele che ti scende nella gola, come l’acidità che ti prende al petto. Sono storie che sai già che faranno male quando leggi il titolo in clarendon neretto sui social. Una fila di lettere che raccontano e in poche scarne parole ti rivelano la banalità della sofferenza.

È ricoverato in un ospedale del Nevada tra la vita e la morte, il quattordicenne che ha minacciato con un coltello i compagni di scuola. Ci sono le foto, c’è il video.

Ho visto il video. Ho visto questo ragazzino che mi ricordava un po’mio figlio grande. Un ragazzino che si vedeva proprio che aveva 14 anni. Non uno di quegli adolescenti americani pieni di steroidi, con l’abbronzatura, il ciuffone biondo e gli occhi di ghiaccio. Un normale ragazzino con una pettinaturina un po’ del cazzo, di quelle che ti fanno anche tenerezza, e un faccino che ti dice proprio che lui è quello che è: un fragile adolescente.

Lui è in mezzo a un ampio cerchio di compagni, coi pantaloni bianchi e la maglietta azzurra con sopra la bandiera dell’Italia. Che noi ai figli i pantaloni bianchi non glieli compravamo mica, se no li potevi buttare dopo due ore. I suoi no, sono immacolati. E in mano ha questo grosso coltello, sembra uno di quelli per tagliare il pane. Si agita in cerchio, lo tiene con due mani, parallelo al corpo, come se avesse paura di perderlo. Gli cola del sangue dal naso. Sembra una bestia ferita con lo sguardo allucinato.

Il genitore di uno dei compagni dice che è stato vittima di atti di bullismo. Io lo guardo e lo riguardo, con la patacca rossa sulle labbra, quel sangue che sembra rossetto sbavato e vorrei parlargli. Non di certo sparargli. Sì, magari è pericoloso. Magari sì. Perché qualcosa nel suo cervello ha fatto click. Probabilmente per le vessazioni, per l’esasperazione. Se fossi un insegnante avrei detto di non sparare, e lo avrei avvicinato. Certo, magari rischiavo una coltellata, ma era uno dei miei ragazzi no?

Invece una guardia giurata lo ha steso. Un colpo alla gola. I pantaloni non sono più puliti, ve l’avevo detto che si sporcano in un attimo. Il sangue cola dal collo bianco mentre la sua mano cerca di trattenerlo. Ecco, se era uno dei miei ragazzi adesso sarei restato lì di merda, con lo sguardo fisso su quel ragnino sdraiato sul fianco. E avrei detto: ma perché? Ma non c’era bisogno, no, non c’era bisogno… Ma perché dobbiamo sempre sparare, perché non siamo capaci di dialogare, di accorgerci delle sofferenze degli altri? Perché la nostra è una società sempre più anestetizzata, senza sentimenti, perché gli hai sparato alla gola e non a una gamba?

Adesso John, Jack, Kevin, o come si chiamava, è in ospedale. In ospedale perché lo avevano bullizzato quattro suoi compagni stronzi, che dovrebbero essere seguiti anche loro per fargli capire quanto si può soffrire. È li che forse non ce la farà perché ha fatto click e ha preso un coltello.

Nell’armadietto un’infermiera gentile ha piegato i pantaloni bianchi sporchi di sangue e la maglietta azzurra. Siamo dentro l’armadietto, come falene che riposano e vediamo la luce filtrare dalle lamelle in cima alla porticina metallica. La luce gioca con i granelli di polvere, che volteggia e si posa sul filo iridescente del ricamo. Il ricamo di quella bandiera italiana.

John, Jack o Kevin sogna nel buio. Spero solo che mentre sogna non soffra.

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