La nebbia di San Siro, antidoto ai cinesi

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Che bella la nebbia che ieri sera ha fatto da cornice a Inter-Genoa. Che bella quell’atmosfera milanese come poche, quel vedere e non vedere i giocatori in campo, quel ricordo dei tempi epici.

Ed è così, come d’incanto, che una partita brutta come poche di una Inter brutta come poche riconsegna alla nostalgica malinconia della Milano che fu. Una Milano calcistica per metà cinese e per metà quasi – il famoso closing del Milan ormai è peggio di Godot. E fa male: al romantico come all’appassionato, allo spettatore come all’addetto ai lavori. La nebbia di Milano, delle Colonne di San Lorenzo e dei tram, della Madonnina sparita e della Torre Velasca sempre più sfumata fino a non vedere gli attici. La nebbia del 9 novembre 1988 che salvò il Milan al Marakana di Belgrado, la nebbia che in Inter-Catanzaro, gennaio 1983, impedì al mondo intero di vedere il gol di Juary – bidone dell’anno – e forse per quello Marchesi (Rino, eh) non lo schierò quasi mai più. Questa nebbia, ieri sera, per 90 minuti, ci ha regalato il San Siro che fu e che, difficilmente, sarà ancora.

Perché ora Chinatown si è allargata e da Via Paolo Sarpi ha fatto la scalata ai Berlusconi e ai Moratti, ha consegnato agli almanacchi e alle memorie Peppino Prisco e Giuan Brera fu Carlo, ha portato capitali investiti per gli immondi Kondogbia e Gabigol, perché se l’epoca dei Baresi – entrambi – e dei Maldini è finita figurarsi quella degli Shevchenko e dei Ronaldo, dei Van Basten e dei Rummenigge.

Ma ieri, assieme a comprimari inadeguati assurti a idoli, portaborracce miracolati, casualità al potere e una vittoria dell’Inter arrivata nonsisacome, il cuore ha battuto e mezza lacrima è scesa. Perché è tutto uno sfascio, ma finché a San Siro ci sarà della nebbia saremo ancora capaci di emozionarci.

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