La piazza da riempire

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C’è una piazza nel mondo che è più ticinese di quanto potete immaginare. E non è una piazza di qualche paesino dell’entroterra dell’Argentina patagonica. No. Chissà in quanti di voi ci sono già stati, forse ignorando di essere di fronte a capolavori di nostri antenati, patrizi delle nostre amate terre: Roma, Città del Vaticano, Piazza San Pietro.

Tutto comincia nel 1586, quando Papa Sisto V ordina a Domenico Fontana, nativo di Melide ed architetto di successo, di trasportare un obelisco dai vicini fori vaticani, resti forse ancora di quel circo di epoca claudia dove trovarono la morte centinaia di cristiani. La volontà pontificia portò il Fontana ad architettare congegni e impalcature per il trasporto e l’innalzo dell’obelisco. Il centro della piazza è dominato da quest’opera imponente incorniciata solo in seguito dal porticato del Bernini. All’obelisco fa da sfondo poi la facciata della nuova basilica vaticana. Anche qui il genio e la maestria che hanno dato alla luce l’immensa facciata di San Pietro sono state levigate dalle gentili onde del Ceresio. Questa volta è Carlo Maderno di Capolago (nipote del Fontana) a regalare alla cristianità uno dei suoi simboli più forti. Le possenti colonne, la porta santa dei giubilei, la loggia principale da cui si affaccia il nuovo pontefice, tutto questo è opera di un nostro conterraneo, di un ticinese che, nel 1608, aveva in mano l’intera fabbrica di San Pietro, per volontà di sua santità Paolo V.

Passeranno solo 16 anni e un altro giovane ticinese si troverà a lavorare presso l’enorme cantiere pontificio: Francesco Borromini di Bissone, che non ha certo bisogno di presentazione alcuna. Il Borromini però non poté dare sfoggio del suo genio all’interno delle mura vaticane, furono sue “soltanto” (si fa per dire) alcune decorazioni del baldacchino che sormonta la tomba del primo papa, apostolo e pietra della cristianità. Borromini mal sopportò la rivalità di Bernini, e uscì da San Pietro per andare ad abbellire l’intera Urbe con le sue innumerevoli creazioni: San’Ivo alla Sapienza, San Carlo alle quattro fontane, Sant’Agnese in Piazza Navona e tanto altro. Essere ticinese in gita a Roma può essere solo motivo d’orgoglio.

Ma cosa sarebbe oggi Roma senza i Fontana, i Maderno, i Borromini? Cosa ne sarebbe del Barocco italiano senza questi natii delle sponde del Ceresio? Forse nulla. Che sarebbe stato se i Pontefici avessero delegato esclusivamente ad architetti romani le loro smanie di potere e di bellezza? Una sorta di Ante Nostrorum che impedisse la manodopera straniera. Niente per loro e niente per noi. Altro che orgoglio ticinese in terra straniera! A volte ricordarsi che siamo stati noi i primi a cercar fama e fortuna nella vicina penisola non ci farebbe male e ci farebbe comprendere molto di più quello che viviamo oggi.

Come dite? I tempi son cambiati? Vero, c’è una differenza enorme: ai vari Carlo, Domenico e Francesco se fosse stato proposto un salario minore rispetto ad un residente il padrone lo prendevano a calci in culo e arrivederci, anche se papa. Ecco, forse oggi ci mancano quelli che prendano a calci in culo quegli imprenditori cardinali a difesa non del Dio trino, ma del dio quattrino.

Abbiamo costruito piazze famosissime e bellissime, ma le uniche piazze vuote sono le piazze morte. Riempiamole.

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