Progetto del Civico, “Prima i nostri” e Le Corbusier

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Il recente caso dell’Ospedale Civico di Lugano, trasformato in caos dai soliti noti, dimostra ancora una volta (e senza che ce ne fosse bisogno) quanto la falsa idea di falso populismo diffusa da falsi movimenti falsamente politici sia riuscita a colpire, con tanto di foro d’uscita, gli equilibri di chi, del concorso vinto da uno studio di architettura di Firenze, non ha visto più in là del proprio naso.

Immaginate quanto sarebbe ridimensionato Le Corbusier se non avesse potuto realizzare il progetto urbanistico di Chandigarh, città indiana di cui ha progettato molti palazzi destinati alla cosa pubblica.

Charles-Edouard Jeanneret-Gris, conosciuto con lo pseudonimo di Le Corbusier, è nato a La Chaux-de-Fonds ovvero (messaggio per leghisti) la Corticiasca del Canton Neuchâtel e nella sua lunga carriera si è guadagnato il titolo di architetto tra i più influenti del XX° secolo grazie alle numerose opere che ha progettato all’estero, diciassette delle quali sono annoverate dall’Unesco negli elenchi dei siti patrimonio dell’umanità perché “testimoniano un nuovo linguaggio architettonico”. Immaginate se avesse dovuto scontrarsi con le teste dei difensori del non si sa bene cosa.

Quale sarebbe invece il prestigio di Renzo Piano se nel 1969 il Giappone non gli avesse commissionato la realizzazione di uno dei padiglioni di Expo ’70, togliendogli così la possibilità di incontrare Richard Rogers con il quale avrebbe poi stretto un sodalizio da cui sarebbe nato il Pompidou di Parigi?

Le contaminazioni culturali sono in grado di creare uno strappo tra ciò che fu e ciò che sarà, anche a costo di aizzare i cultori dell’estetica che di norma risultano particolarmente critici, così come lo sono stati quando François Mitterand nel 1981 ha voluto che una piramide di vetro gettasse sul polo museale del Louvre una moderna funzionalità in netto contrasto con il palazzo reale che lo ospita, fermo alle atmosfere basso-medioevali e rinascimentali.

Un capitolo a parte lo merita l’architetto inglese Tom Wright che ha saputo impressionare le autorità di Dubai, partecipando alla progettazione del Burj Al Arab, l’hotel di lusso meglio conosciuto come “La Vela” che ha un senso profondamente olistico e ha contribuito a dichiarare l’emirato sul Golfo crocevia dell’apertura, una sorta di enclave tra Islam e Occidente in un momento storico delicatissimo.

Ridurre l’architettura a semplice progetto commissionato a pagamento, significa svuotarla di qualsiasi contenuto urbanistico, culturale e persino artistico. In altre parole, significa chiudere le porte a ogni forma di infiltrazione a tutela di non si capisce bene cosa, dal momento che agli architetti svizzeri non viene preclusa nessuna possibilità. Ne sa qualcosa Mario Botta, ne sanno qualcosa i basilesi Jacques Herzog e Pierre de Meuron, titolari di uno dei più importanti studi di architettura che ha filiali in tre continenti (Barcellona, Londra, Monaco, San Francisco e Tokyo) e che nel 2001 hanno vinto il Pritzker, il “nobel per l’architettura” assegnato in virtù della capacità di creare contributi per l’umanità e l’ambiente.

Chi ancora ha dei dubbi (leciti e osannati) può guardare con i propri occhi cosa hanno creato Zaha Hadid (soprannominata “archistar”), Antoni Gaudí, Ieoh Ming Pei e la sua piramide di vetro nel cuore di Parigi e, per citarne un altro, Oscar Niemeyer tanto vituperato in patria quanto esaltato all’estero.

C’è chi prepara un nuovo mondo, mischiando Occidente e Oriente, miscelando culture e creando ponti che uniscono costumi. C’è chi ha visto nel treno qualcosa di più che un mezzo di trasporto, c’è chi ha visto nelle autostrade qualcosa di più del cemento tra i guardrail. E poi c’è chi alza gli scudi perché uno studio d’architettura italiano si è aggiudicato un concorso a Lugano.

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