Quasi tre milioni di voti in meno non contano niente

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Cara redazione del GAS, l’8 novembre Donald J. Trump è stato eletto dalla maggioranza dei grandi elettori Presidente degli Stati Uniti. Un imprenditore misogino xenofobo favorevole alla tortura e contrario alla coerenza. E i difetti sono anche peggio (Piccolo riferimento a un grande comico). È importante sottolineare che è stata la maggioranza dei grandi elettori a eleggerlo, perché, a bene vedere, la maggioranza della popolazione americana ha votato per la candidata “democratica”. Infatti, dati alla mano, la Clinton (che certamente non reputo migliore del suo avversario repubblicano) ha ottenuto all’incirca due milioni e mezzo di voti in più del Tycoon. Quindi? Beh, molti politici no$trani (a km zero) alla vittoria di Trump hanno festeggiato quel giorno con polenta e champagne, manco si fosse applicato il voto del 9 febbraio. Io, invece, mi sarei aspettato una certa indignazione poiché quei politici sono gli stessi che da sempre difendono come un mantra la volontà del popolo. Dunque mi sorprende il loro elogio di questo modo di fare politica: la volontà del popolo che viene calpestata dalle élite (grandi elettori), senza poter dire né a né ba. A questo mi viene spontanea la seguente domanda: non è che ora i no$trani iniziano ad apprezzare quest’applicazione ‘soft’ del voto del 9 febbraio e in futuro apprezzeranno magari una non applicazione dell’iniziativa “Prima i nostri”? Intanto inizio ad elaborare un nuovo concetto: la volontà popolare comoda a noi…

Danijel Dokic

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Non ce ne vogliano i padri fondatori Washington, Franklin, Hamilton o Adams. Ma qui siamo in Svizzera, un Paese dove per un pugno di schede si è deciso di andare allo scontro frontale con l’UE e i suoi 500 milioni e fischia di abitanti. E la storia dei quasi 3 milioni di voti in più ottenuti da Hillary Clinton cozza un po’ con l’idea di democrazia occidentale – figurarsi con quella diretta.

Per carità, hanno ragione loro. Le regole valgono per tutti, e in fondo basta sapere vagamente cosa siano il calcio o l’hockey. Se vinci una partita 6-0 e poi ne perdi quattro per 0-1 hai una classifica orrenda anche se hai fatto più reti di quante ne hai subite. Però c’è un però: dopo anni passati a incensare la democrazia americana, spesse volte esportata a suon di bombe tagliamargherite – esuberanza yankee –, mostrata più su banchetti di sposalizi afghani che sulla testa di Al-Baghdadi beh, scusate, quei quasi tre milioni di voti stridono. Ma forse è il concetto di democrazia che, a volte, stride.

Cosa è la democrazia, in fondo, se non la dittatura di una minoranza? Chi non vota ha torto, e deve starsene zitto. Cristallino. Ma tornando al famoso 9 febbraio da lei citato: il Sì è stato deciso da un pugno di schede con poco più della metà degli Svizzeri che ha votato. Parliamo di un quarto della popolazione. L’Europa è zeppa di presidenti eletti barra sostenuti da forze politiche minoritarie. La migliore delle peggiori forme di governo, ebbe a dire Churchill. E va bene. Ma torniamo sempre allo stesso discorso: quei tre milioni di voti?

No perché se è vero che veniamo da anni di prosopopea sulla democrazia americana – Tocqueville liberissimo di rigirarsi nella tomba, povera anima – veniamo anche da ormai un mesetto di “la pancia dell’America è per Trump”, “Trump ha convinto gli americani”, “America profonda”. Di che stiamo parlando? Di uno che ha preso tre milioni di voti meno della rivale. Li ha presi meglio i suoi voti, certo. Ha capito meglio le regole del gioco, e chi contesta né loro né l’averlo fatto. Si fa semplicemente notare ai festanti nostrani che non si può sostenere a giorni alterni che la democrazia diretta è un valore e che Trump ha convinto “la pancia del Paese”.

Bravo The Donald, a capire che andava tutto investito in Michigan, Ohio e Florida. Pessima Clinton a non essersi nemmeno presentata in Wisconsin. Ma il presidente eletto della prima potenza mondiale è stato votato da tre milioni di persone in meno della sua rivale. E anche questo è un fatto. [J.S.]

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