Un racconto di Natale (Ultima parte)

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Leggi la prima, la seconda e la terza parte.

Suor Luttgarda si alzava presto la mattina per la preghiera. D’altronde andava a letto presto, poco dopo i vespri. Dio non amava i fannulloni. Il sole non riusciva ancora a illuminare la cupola di San Pietro; a Roma, in quel periodo dell’anno, sorgeva solo verso le 7:30, e nelle belle giornate inondava di luce gialla tutta l’urbe, tinteggiandola di svolazzi dorati. Era uno spettacolo che a suor Luttgarda, nata a Malta 56 anni prima, ricordava proprio che il Dio che amava con tutto il cuore, esisteva davvero.

Si incamminò col vassoio per la colazione leggera che il Papa emerito Benedetto XVI faceva sul presto. Un the di verbena, due fette biscottate e la marmellata di arance amare che gli piaceva tanto, glielo diceva sempre sorridendo.

Bussò leggermente alla grossa porta di quercia e senza attendere spinse il battente che cigolò leggermente sui vecchi cardini in ottone. Entrò nella stanza e depose il vassoio sul tavolino barocco accanto alla finestra. Poi si avvicinò alle tende e le apri con grazia, osservando per l’ennesima volta la bella vista su Castel Sant’Angelo, con gli immoti arcangeli che facevano la guardia al ponte sul quale, nel 1527, si erano immolate le guardie svizzere per Papa Clemente VII.

“Buongiorno santo padre” disse la suora voltandosi verso il letto. Anche se lui le diceva sempre che non era più il papa, lei non riusciva a chiamarlo in altro modo. Quando vide il vecchio, trasalì, lanciò un urletto e si coprì la bocca. Joeseph Aloisius Ratzinger, Benedetto XVI, papa emerito a riposo, giaceva rattrappito sul letto, i nervi del collo ritorti che gli davano una postura da uccello stecchito. Gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Non ebbe bisogno di verificare per capire che il vecchio era morto. Prima di correre verso il corridoio per dare la notizia, fece in tempo scorgere un grumo e color antracite e della polvere nera sul comodino.

Sembrava carbone.

(4. fine)

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