Al peggio non c’è mai fine (ma alla fine c’è sempre qualcosa di peggio), ce lo insegna la magistratura

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La scorsa settimana Ticino Comics si è superato. La manifestazione contro i tagli è stata percepita dal Governo come un messaggio in sanscrito scritto in codice morse con inchiostro simpatico. Niente di nuovo: l’intelligenza che causa un problema non è sufficiente a risolverlo. O, per venire in contro ai sensi critici meno sviluppati, se nelle mutande esposte a Bellinzona vedi solo qualcuno che ha steso il bucato, sei un tantino fuori luogo. Male, se non malissimo, i media ticinesi che si sono persi nel contare le teste dei partecipanti alla manifestazione e non hanno centrato il problema, neppure da lontano. Un problema che si sarebbe potuto centrare ad occhi chiusi anche facendo pipì controvento.

La vera notizia, quella che se in Ticino il giornalismo facesse il proprio mestiere sarebbe già caduta più di una testa, riguarda la magistratura che presta il fianco a troppe critiche e, fosse solo per questo, va cambiata.

Il caso Corti fa decisamente ridere: per avere un parere realistico delle doti di un allenatore non si tiene conto dell’ultima delle riserve ma dei fuoriclasse. Recentemente ho letto un non luogo a procedere firmato da Nicola Corti. In appello il suo parere è stato declassato perché la causa su cui si è chinato non era di sua competenza. In più, lo si sa dalla cronaca locale, Corti è stato più volte criticato per la sua lentezza. Tutto ciò restituisce un’immagine debole del procuratore pubblico, molto debole. L’immagine di uno che non si sbatte troppo e che non sa riconoscere gli ambiti in cui è lecito che si muova.

Quindi le sue lamentele, rilanciate dai media come una velina, non fanno testo. Che nella magistratura qualcosa non funzioni come dovrebbe è noto, che sia Corti a denunciarlo è, appunto, la lamentela di una riserva. Non fa stato e non dà fastidio a nessuno, nemmeno all’allenatore. Se, come dovrebbe essere, i membri della procura sentono di essere poco liberi nell’esercitare il loro ruolo, facciano un passo indietro. Tutti insieme. Anche questo dietrofront, se davvero fosse necessario, farebbe parte del loro dovere.

A rendere più ridicola la situazione ci ha pensato Gobbi. Da anni si sforza di ripetere che c’è la separazione dei poteri, quindi non si capisce a che titolo debba dire cose dequalificanti quali “tocca ai magistrati esercitare la loro libertà decisionale”. Norman: se il problema denunciato da Corti fosse vero, significa che se ne è andato proprio perché è impossibile farlo. Era davvero necessario dire una stupidaggine simile?

Poi, a certificare la discesa verso gli inferi del Cantone, ci hanno pensato Beltraminelli e Dadò. Chi scrive pezzi deve rimanere fuori dai contesti personali ma le eccezioni sono a volte perdonabili. Personalmente credo che Dadò sia un purosangue e quindi scrivere queste righe mi fa male: i panni sporchi ve li lavate in casa, perché la politica deve entrare nelle orbite dei cittadini con premurosa delicatezza. Le beghe, gli scambi di vedute esacerbati e i disaccordi li appianate davanti a una birra per i cavoli vostri. Poi, ai ticinesi, direte qual è il vostro piano per calmierare i costi non controllati (aggettivo e participio passato) della salute. Se ne siete capaci, ovviamente. Perché altrimenti queste uscite infelici possono facilmente essere scambiate per ricerche di visibilità e se volete ridurre a questo ciò che potete dare al Ticino, allora siete davvero fuori strada. Questi battibecchi pubblici dequalificano tutto l’innesto politico. E fanno male.

Media e politica hanno messo la testa del Cantone sul ceppo. A fare cadere la lama della ghigliottina è stato Bobo Bignasca: gli stranieri fuori dalle scatole, ma gli animali vanno tutelati. Il messaggio è arrivato chiaro e semplice: una capra ibex ha più diritti di un turco, di un africano o di un italiano. Una chicca calata dall’alto proprio mentre il mondo si concentrava a ricordare gli orrori prodotti da pensieri simili (o non troppo dissimili). Spettacolo.

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