Battaglione 101

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Felix è stanco stamattina. Ha le caccole negli occhi e un orzaiolo sotto la palpebra che lo infastidisce da giorni e gli annebbia la vista. Il campo riecheggia del clangore delle gamelle e del vociare dei soldati. L’aria è ancora fredda ma lui è abituato. Incede lento per la salitella che porta alla casa che funge da mensa cercando di passare sull’erba per evitare il fango. Più un’abitudine, che una necessità. I suoi pensieri scivolano unti, grassi e torbidi nell’acqua scura, come lamprede addormentate che aspettano una vittima.

Il battaglione si sta preparando alla colazione, caffè, pane nero e un pezzo di lardo. È abbastanza mite quel maggio del 1942* a Posen, nella Prussia orientale. Posen, Poznan, poco importava. A 250 chilometri c’era il baltico. Felix avrebbe giurato che certi giorni si sentiva l’odore di iodio nell’aria, come a Rostock da dove veniva. Il suo amico Reinhard gli diceva che era scemo, che lui la salsedine ce l’aveva nel cervello insieme alla segatura.

Felix si ricordava le passeggiate in spiaggia con Irma, su quelle interminabili distese di sabbia con le cabine colorate e i ciuffi d’erba dietro le dune che sfidavano il vento artigliate alla rena. Veli di pensieri correvano, ma neanche troppo, perché gli faceva male, a Max, morto in Africa al seguito dei Leichte Afrika Korps. Proprio vero che i padri non dovrebbero seppellire i figli. Per fortuna che Jacob era ancora giovane e coi suoi 15 anni non sarebbe stato ancora chiamato, se aveva fortuna la guerra sarebbe finita prima.

Si sentiva pesante Felix quella mattina. E quando arrivò alla mensa si mise in fila. Vide le bottiglie di schnaps pronte e il cuore perse un colpo. Quel lavoro era stancante, duro, difficile. Il sapore della grappa che serviva a dimenticare diventava sempre più amaro, aspro da sentire sul palato. Ormai sembrava bruciare e basta. Serviva a stordire. 486 soldati, 11 ufficiali e 5 amministrativi, ormai facevano quel lavoro da un bel po’, in tutta la Polonia, un lavoro di pulizia e di polizia. Ma il Reich andava servito, non è che poi quei poveri stronzi che combattevano sul fronte orientale stavano meglio.

Quella mattina Felix salì sui camion e con il battaglione vennero anche gli Hivi polacchi. La grappa, gli Hivi, le munizioni extra distribuite prima di salire sui camion… I pensieri di Felix, le lamprede, si strinsero tra loro nel fango unto, cercando di immergersi sempre più, senza più sentire ne percepire. Schiacciate nelle spire di un abbraccio onanistico. Due ore di nulla nella campagna polacca. Due ore nella nebbia del mattino che cresceva come veleno dalla terra umida e appena risvegliata. Due ore su una strada ghiaiosa, e ogni volta che il camion prendeva una buca pestavi l’osso del culo sulle assi. Felix si assopì leggermente, anche a causa della grappa, si svegliò con i compagni che vociavano, capì che erano quasi arrivati. Reinhard si sporse e disse: “Jozefov”.

Scendemmo e ci schierammo davanti al villaggio. Il maggiore Trapp si mise davanti a noi per dare gli ordini. Era strano Trapp. Mica mai capito bene cosa pensasse. Ma quella mattina era come smunto, invecchiato. Era un modesto villaggio polacco Jozefov, fatto di casette bianche coi tetti di paglia. Trapp, pallido, cominciò a parlare, aveva le lacrime agli occhi. Diceva che dovevamo rastrellare gli ebrei del paese, che erano 1800, che per colpa loro buttavano le bombe in Germania e che aiutavano i partigiani polacchi. Dovevamo selezionare gli uomini giovani per lavorare e dovevamo liquidare gli altri.

Disse una cosa strana quella mattina. Chissà perché, l’ho detto che Trapp era difficile da capire. Chi non se la sentiva di partecipare all’azione avrebbe potuto essere esentato. Una dozzina si fecero avanti e Trapp li mandò a fare la guardia ai camion. Era un lavoro di merda, ma mica potevi farlo fare solo ai compagni. Gli Hivi polacchi a quelli piaceva, lo vedevi, noi ormai facevamo il nostro lavoro. Reinhard era accanto a me e sorrideva nervoso.

La nostra sezione era preposta alle esecuzioni, si faceva a turno. Presi altri due sorsi di schnaps dalla fiasca che tenevo nella tasca, insieme alle foto di Irma e dei ragazzi.

Le lamprede erano immobili, con le branchie primitive che appena palpitavano, i denti sguainati in attesa. Il cielo cominciava a essere azzurro, mentre gli Hivi spingevano a calci e pugni gli ebrei nella nostra direzione, li incolonnammo fino ai bordi del paese, vicino a un fosso di scolo per l’acqua. Io e Reinhard avevamo il nostro metodo, con gli uomini non era così difficile, con le donne e i bambini ci dividevamo il lavoro: lui faceva le madri e io i piccoli.

Arrivarono, lei con la gonna sporca di fango e lo sguardo stralunato dall’orrore, un urlo muto pervadeva da tutto il corpo, stringeva un biondino gracile ai fianchi, le mani come artigli. Reinhard le prese un braccio senza rabbia. Non era cattivo. La fece inginocchiare, il bambino ci fissava. La madre era come disorientata, quasi tramortita dalla paura. Il bambino, avrà avuto 5 o 6 anni, continuava a guardarsi in giro mentre sentiva i primi colpi in fondo alla fila. Il problema è che i bambini non stanno mai fermi, non si rassegnano come gli adulti. Gli appoggiai le dita sulla testa e gliela feci girare, ma non voleva e fissava la madre, poi noi.

Reinhard puntò il fucile alla base della spina dorsale, come ci avevano insegnato e sparò. La donna scivolò a terra come un sacco di patate. Cazzo, Reinhard mi aveva preso alla sprovvista, infatti il bambino cominciò a strillare: “muter! Muter!”.

Coglione, lo sapeva che doveva aspettare il mio segnale. Strinsi la testa del bambino infilando le dita sporche in quei filini di seta biondi, ma quello si agitava e urlava. Gridai: “Reinhard, coglione tienimelo fermo!” Lui lo immobilizzò, puntai in fretta il fucile alla testa e tirai il grilletto. Reinhard berciò: “pezzo di merda, mi hai sporcato tutto!”. La sua manica era piena del cervello del bambino e lui schifato dava piccoli colpetti alla giubba continuando a insultarmi.

“Vaffanculo deficiente, eri tu che dovevi aspettare! Lo sai che dopo si agitano, vaffanculo tu!”

“Crepa coglione!” Mi diede uno spintone che mi fece rotolare nel fango. Ci rimasi male. Ero incazzato nero e mi veniva quasi da piangere, cazzo, il mio amico Reinhard. Le lamprede avevano affondato i denti e le loro code frustavano l’acqua sollevando nuvole di fango putrido e marcio. Il sangue sii mescolava all’acqua e io vedevo rosso.

Accanto a me una vecchia chiese a un soldato: “Es vet shatn?”** Lui le diede un colpetto con la canna per farla girare e sparò. Reinhard mi guardava con aria colpevole, mi tese una mano e disse: “scusa dai, mi dispiace, davvero”. Così era Reni, per quello gli volevo bene. Con lui tutto passava subito. “E dai, lascia perdere, non è colpa tua”.

Continuammo tutta la mattina, senza più litigare. Reinhard sarebbe morto 6 mesi dopo, mentre combattevamo più ad est contro i partigiani polacchi. Lo avevano catturato. Quell’imbecille aveva sempre con se la baionetta del genio, quella con la sega. Io gli avevo detto di buttarla. Ai partigiani non piacevano quelle cose. Gli avevano cavato gli occhi con la sua stessa baionetta prima di strangolarlo con un filo d’acciaio. Io sono sopravvissuto per arrivare fino a Norimberga a testimoniare.

Il battaglione 101 della riserva, formato soprattutto da richiamati, padri di famiglia, operai e gente del ceto medio basso, uccise in poco più di un anno 38’000 ebrei e ne fece deportare 45’000 a Treblinka. Quello di Jozefov, è l’unico caso conosciuto in cui un comandante tedesco fornì un’alternativa ai soldati, permettendo di non partecipare al massacro. Su 486 militari, solo 12 colsero questa opportunità. Felix, nome di fantasia, testimoniò:

“Tentai di uccidere solo bambini e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bambini per mano, il mio vicino uccideva la madre e io il figlio, perché ragionavo tra me che dopotutto, senza la madre, il figlio non avrebbe più potuto vivere. Il fatto di liberare i bambini che non potevano più vivere senza le madri mi pareva, per così dire, consolante per la mia coscienza”

*In realtà, i fatti di Posen, si svolgono nel 1940, ma ai fini del racconto la data è stata spostata avanti di un paio d’anni.

** Farà male?

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