C’è più dignità nelle mutande che nelle cravatte

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Sabato davanti al governo c’erano delle meravigliose mutande. Gialle, rosse, blu, a righe, a quadretti. Mutande normali, boxer, culottes. Ogni mutanda ha un suo sedere. Sederi importanti, sederi secchi, sederi molli o tonici. Ogni mutanda è una cittadina o un cittadino. Ogni mutanda, rappresenta il rischio di rimanere solo con quelle. Ma non per le tasse. Perché le tasse, dico sempre, se hai da pagarle sei fortunato, vuol dire che hai un lavoro, vuol dire che guadagni. Magari non tantissimo, ma guadagni.

C’è gente che non guadagna, c’è gente con dei figli e che a volte non può dar loro altro che il suo affetto, se resiste. C’è gente che cerca lavoro da anni, c’è gente che è ai margini della società come la schiuma del mare, anche se non vuole. C’è gente che ogni giorno sente l’umiliazione morderle le caviglie e a un certo punto più nemmeno quello, perché si è abituata.

Ma c’è anche chi, tra i Gran Consiglieri, invece di cercare di capire, invece di scendere in mezzo alla gente, preferisce criticare. Sono gli stessi che danno importanza alle cravatte come simbolo di rispetto per le istituzioni. Sono quelli che si indignano per delle mutande stese di fronte alla cancellata del Palazzo delle Orsoline. Sono quelli come Fabio Schnellmann:“Lo trovo semplicemente una mancanza di rispetto, triste”.

No Schnellmann. Triste sei tu, che te ne freghi di chi sta meno bene. Perché tu appartieni a quell’ala liberale che dei poveri non sa cosa farsene, appartieni a quelli che via gli accattoni e gli asilanti da Lugano, sei di quelli che hanno gli amici nella finanza, nella parte “sana” di questo paese vero? Quelli che “producono ricchezza”. Se poi lo fanno sfruttando i poveracci chissenefrega, l’economia tira. La vostra economia, che non produce uno straccio di posto di lavoro. La vostra economia falsa come una moneta di rame.

La mancanza di rispetto è la tua, che non cerchi nemmeno di capire cosa sono quelle mutande. Un’allegoria della povertà, un simbolo di esasperazione. E mi rivolgo anche a tutti quelli che credono di stare bene, tutti quelli che pensano che la disgrazia o la sfortuna non li tocchino. Domani può toccare a te, basta un niente, e ti accorgerai che il tuo stato non è più così buono come prima, che il tuo stato ti ha tagliato i diritti da sotto i piedi mentre eri girato dall’altra parte, perché della “politica non te ne frega niente”. Sai, ti do una brutta notizia. Tu sei la politica, e la politica esiste perché esiste chi vota e purtroppo, anche quelli come Schnellmann che sono votati da qualcuno, non certo da quelli con le mutande sulla cancellata o che erano in piazza ieri.

Fabio Schnellmann, tu sei triste, e rispettale tu le nostre mutande, valgono più delle cravatte che porti al collo.

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