Contestiamo il giornalista Foa, non l’uomo

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Ammettiamo che Marco Jermini abbia sbagliato nei modi e nei toni ad attaccare Marcello Foa. Ed ammettiamo anche che quelli che in questi giorni hanno dato il loro sostegno a Jermini attaccando a loro volta l’Amministratore delegato di MediaTi abbiano torto. Cosa rimarrebbe? Un Marcello Foa martirizzato dalla “sinistra biliosa”? No. Rimettiamo la chiesa al centro del villaggio e vediamo, con serenità e senza insulti, perché Foa ne esce comunque con le ossa rotte.

Foa afferma su Liberatv di godere di ampia e trasversale stima, anche da sinistra, per la sua attività professionale. Potrebbe quindi spiegarci perché è stato fatto fuori dopo il primo audit dei candidati alla successione di Balestra alla RSI, un audit gestito non dalla RSI ma da entità che, stando a Foa, lo stimano così tanto.

Foa, sempre su Liberatv, si qualifica come giornalista. Innegabile, lo è. Ma è anche Amministratore delegato del gruppo cui appartiene il giornale in cui scrive e in cui non gli sfugge nemmeno il battito d’ali di una mosca. Visto che afferma di godere di molta stima in Italia, potrebbe spiegarci, magari spulciando il patto siglato tra FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) ed editori, perché una situazione del genere, editorialista e amministratore delegato, nel Belpaese non sarebbe affatto né apprezzata né tollerata. Leggo Repubblica da più di trent’anni, e oggi ho dovuto cercare chi fosse l’amministratore delegato. Leggo Le Monde e Le Figaro dallo stesso tempo, e ignoro chi siano gli amministratori delegati. Forse perché non firmano pezzi in prima pagina?

A redattori e opinionisti del Guardian, di Le Monde, Repubblica o Die Welt potrebbe essere chiesto cosa ne penserebbero di avere un amministratore delegato in pianta stabile in redazione, che firma gli editoriali sul proprio giornale di fatto indebolendolo, invece che sostenendolo. Perché articoli come la bufala dei video di propaganda dell’ISIS fatti, secondo Foa, dal Pentagono (il tutto perché non è stato in grado di leggere e capire dall’inglese un’inchiesta del Bureau of Investigative Journalism) hanno minato la credibilità del Corriere del Ticino. E sono stati vergati da chi, quella credibilità, avrebbe dovuto difenderla.

Del sentimento che, unica firma in Europa, nutre verso Trump ne abbiamo già parlato. Non si contestano le opinioni, che Foa ha tutto il diritto di avere. Si contesta l’effetto. Una visione della politica à la Trump demolisce il concetto delle istituzioni già oggi minate alle fondamenta dallo sbarco dei fatti sulla blogosfera. Trump ha vinto, bravo. Ma il dovere della stampa è quello di sorvegliarlo, non di dar carta bianca a un marziano della politica con un programma e una squadra di governo abbastanza inquietanti.

Foa è stato accusato da Jermini di essere un lacché di Berlusconi. Accusa vecchia, non rivolta solo a Foa sia chiaro. Certo: Montanelli, Travaglio, Severgnini (per dirne tre a caso) se ne andarono dal Giornale diventato berlusconiano mentre Feltri e Foa fecero carriera. E questo è un fatto. Che le ingerenze di Berlusconi nel proprio giornale siano acclarate, è anch’esso un fatto. In epoca di post verità, c’è da dire che il Giornale ne ha propinate di bufale negli ultimi vent’anni: dalla pantomima Telekom Serbia per colpire Prodi all’attacco frontale al direttore di Avvenire Dino Boffo, dalla crocifissione di Piero Fassino alla casa di Montecarlo di Fini, passando anche dalla delegittimazione basata sul niente, dalle spinte in arrivo da Arcore o Palazzo Chigi. Anche accettando, e nel caso di giornalisti come Nicola Porro apprezzando, che chi è liberale e di destra ha tutto il diritto sia di esserlo sia di scrivere dove gli pare, resta che spesso e volentieri il quotidiano berlusconiano dove Foa ha fatto carriera è stato cattivo maestro di giornalismo e di deontologia professionale.

Non si contesta Foa come persona? Va benissimo. Lo si contesti come giornalista e come amministratore delegato. Perché di materiale ce n’è.

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