I senegalini a Como

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Queste giornate secche e terse fanno venire voglia di respirare l’aria frizzante, anche se piena di polveri fini. Tipo facendo una gita serale a Como perché, e non me ne vogliano le nostre belle città, l’atmosfera è particolare. Kitchissima, ma particolare. Come le luci sul Duomo e nelle piazze, coi caffè all’aperto e le loro torri a gas che illuminano come focolari i tendoni.

D’altronde Natale, una volta che lo accetti, è l’apoteosi del kitsch. Angioletti, stelline, renne e orsacchiotti, babbi natale e neve a profusione. Perlomeno negli ologrammi proiettati, perché col riscaldamento climatico di neve vera non se ne parla. E nelle vie, insieme ai mercatini, alle vetrine di Gucci e Tezenis, alla gente intabarrata, ci sono quelli che da noi si chiamano accattoni. Quelli che a Lugano non vogliono, quelli che da noi multano. La signora comasca un po’ svitata, che ti chiede se può venire a fare le pulizie a casa tua, e tu che le dai due euro dicendo che casa tua è in Svizzera. Il tizio che suona il violino per terra, e i senegalini coi libri.

Ultima frontiera. I senegalini non chiedono l’elemosina. Ti vendono dei libri sull’Africa. Bastardi. Hanno trovato una nicchia. La mia. So che se appena incrocio lo sguardo sono fottuto. Mi guardano, sorridono e anche a me viene da ridere, e allora è come se avessi già in mano il borsello. Una ragazza ferma mia moglie. Ha il pancione e un berretto ben calcato sulla testa. Fa un sorriso che se avesse 200 di denti glieli vedrei tutti. La sua voce è flautata e sorridente. A me viene già il sorriso, aspetto di vedere la classica discussione, le movenze i valzer retorici di quel balletto di cui conosciamo l’epilogo. Lo sappiamo noi e lo sa lei, dal primo momento che ci siamo sorrisi.

Ci fa vedere i suoi libri, mia moglie le chiede come si chiama, “Fatima”, da dove viene, “Senegal”, lei ci chiede se vogliamo comprare i suoi libri, non costano tanto, ce ne sono sulla cucina africana, sulle poesie africane, su Nelson Mandela: lei dice “grande uomo” e io “ ciola!” Mia moglie prova a dire che i libri non le interessano che a casa abbiamo già dei libri di cucina africana. Ma è come Caporetto. Io sorrido sempre di più, perché è una bella sera d’inverno, sono con mia moglie a passeggio in una bella cittadina e siamo qui con Fatima e il suo sorriso durbans. Lei ridacchia, come un gatto che avesse il topo fra le zampe. “Non costano tanto”.

Io dico: “Dammi Nelson, quanto viene?”

Lei guarda: “6,90”.

Mia moglie le da 20 euro: “Hai il resto?”

Fatima: “Sì” e scartabella tra pancione e giaccone “dammi i libri te li tengo io” le dico. Lei fruga, estrae dieci euro, guarda mia moglie e sorride di nuovo: “va bene così?”, e io: “sì, va bene così”, e sorridiamo tutti come deficienti. Lei perché ha trovato due pirloni buonisti, noi perché Fatima ti fa sorridere e perché ci piacerebbe incontrare gente così tutti i giorni. “Anche marito ride, che famiglia allegra”, dice Fatima. Io rido e le metto una mano sulla schiena. “Quando nasce il bambino?”

“Adesso è di 5 mesi”. Ad aprile. Questo senegalino comasco nascerà ad aprile, quando le rive del Lario si riempiono di fiori, e l’aria si fa più densa e meno gelida. Questo senegalino piccolo è nella pancia di Fatima e ignaro fa quello che fanno tutti i feti: sguazza, sorride e stringe i pugnetti. Il mondo che lo aspetta non so come sarà. D’altronde nemmeno il mio, so. Spero solo che erediti dalla mamma quel sorriso che dice che tutto va bene, che a tutto c’è rimedio, anche alla cattiveria.

Salutiamo Fatima ridendo e ci avviamo all’insalateria dove abbiamo appuntamento con degli amici. Fatima mi ha messo di buonumore e penso che gli accattoni a Como sono belli, anche la vecchina gentile che voleva fare le pulizie e con cui abbiamo scambiato due battute divertenti e penso che, la prossima volta che vado a Como, mi porto dietro qualche euro già in tasca, e mi fermerò a parlare con loro, perché i soldi non sono tutto nelle vita e io posso mangiare tranquillamente una pizza di meno e pagare qualcuno per farmi regalare un sorriso.

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