“Le casse automatiche sono il progresso?”

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Nel supermercato vicino casa mia – che, va detto, non era mai contraddistinto per particolari problemi di fila – hanno installato sei casse automatiche. Oggi ci sono otto casse col cassiere, di quelle classiche. E queste sei automatiche, in cui puoi presentarti se hai comprato massimo nove articoli.
Le otto casse col cassiere vivono di vita propria, con un cassiere a testa. Nelle sei casse automatiche, invece, c’è un solo cassiere. Per far firmare gli scontrini dei pagamenti con carta di credito, per controllare che gli alcolici non vengano acquistati dagli under 18 e soprattutto per offrire assistenza alla stragrande maggioranza dei clienti che, di fronte a una cassa automatica, partono sparati col “bello, figo, facile, ci metto la metà del tempo” e poi ovviamente si incasinano al primo step, quello della voce automatica che ti chiede se hai la tessera (reazione tipo: “Oddio, quale tessera?”, e passano la carta di credito o il bancomat, che ovviamente a questo punto del processo c’entra come come il guanciale di Norcia sul pandoro Motta).
Mentre la vita delle casse tradizionali prosegue forse un po’ più lenta, ma senz’altro più fluida, sull’esistenza delle casse automatiche c’è sempre quel non-so-che di cielo plumbeo che pare sistematicamente annunciare un imminente casino. Ah, dimenticavo: l’addetto alla cassa automatica, per colpa del più classico dei destini cinici e bari, viene da un altro supermercato da cui era stato licenziato per far spazio alle casse automatiche. Ora qua finisce la storia e inizia il ragionamento.

La mia paura è che io, che sono progressista e che in America avrei votato per la Clinton, che credo nell’armonia tra imprenditore e salariato, dovrei – a questo punto della storia – dire che la cassa automatica è il progresso, che la cassa automatica “ottimizza” (ps: ma che vuol dire “ottimizza”?) il supermercato, e se il supermercato guadagna assume più gente magari al banco gastronomia o nel reparto pescheria, che un supermercato più rapido più incassa e più investe sul lavoro, e bla bla bla.
Quando magari il povero cassiere che dall’oggi al domani viene licenziato a causa della cassa automatica, che magari è progressista pure lui, alla fine – nell’attesa che si inneschi il meccanismo virtuoso di ottimizzazione di cui sopra – si butta a votare per Trump o per il M5S perché, nel frattempo, è rimasto col sedere per terra.

Il finale della storia è che vince Trump. La cassa automatica potrebbe anche battere l’uomo-cassiere per rapidità, prima o poi. Ma la cassa automatica non fa la spesa, non guadagna, non compra i prodotti che vende. E soprattutto non vota. In attesa che arrivi l’ottimizzazione, insomma, avremmo tutti la nostra bella dose di The Donald, di Brexit, di Movimento Cinquestelle.

Riflettiamoci un po’ tutti. Perché abbiamo lenti vecchie per un mondo troppo nuovo. E quello che c’è da vedere, forse, non è così bello come noi vorremmo.

Tommaso Labate

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