Lettera a Stefano

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Ciao Stefano, ne è passato di tempo. Ormai più di sette anni.

Ricordi? Era uno di quei pomeriggi in cui nel resto d’Europa gli alberi iniziano a ingiallirsi, ma a Roma resiste tenacemente l’estate. Ottobrata romana la chiamano, per le gite fuori porta che un tempo si era soliti fare, ultimi scampoli di spensieratezza prima delle piogge autunnali. E forse anche tu ti sentivi leggero quel pomeriggio, mentre passeggiavi con il tuo cane nel Parco degli Acquedotti. Ti godevi quei momenti senza preoccuparti troppo del futuro, ma poi qualcosa andò storto. Ti avvicinasti a chi non avresti dovuto e i carabinieri ti videro. Ti perquisirono, ti trovarono addosso 21 grammi di hashish e tre dosi di cocaina.

Da lì la corsa a casa a tua per altre verifiche, lo stupore misto a preoccupazione e dolore negli occhi dei tuoi genitori ai quali avevi promesso che non ci saresti più cascato, che avresti finalmente cambiato vita. Li salutasti tranquillizzandoli, forse già pentito di esserci davvero ricaduto, e, chissà, magari dentro di te ripetevi “appena esco cambio vita sul serio”.

Fu decisa per te la custodia cautelare e celebrato il processo per direttissima il giorno seguente. Il giudice però fissò un’altra udienza per la settimana successiva e confermò la misura cautelare. E fu allora che successe qualcosa. Ti portarono all’ospedale e ti riscontrarono ecchimosi diffuse, emorragia alla vescica, fratture alla colonna vertebrale, ma tu rifiutasti il ricovero. In carcere però continuavi a star male e quindi ti portarono di nuovo via. Cosa avrai provato in quei momenti? Solitudine, senso di abbandono? Tu non lo sai, ma non eri solo: la tua famiglia era con te, ma per ottusa burocrazia non le fu dato il permesso di entrare nella tua stanza. Quando finalmente ci riuscirono, videro solo il tuo corpo emaciato, senza più l’anima volata via. Ebbero il sangue freddo di scattarti delle foto e la tragedia tirò fuori da loro un coraggio che non avevano mai pensato di avere. Una sorella straordinaria, Ilaria, ti promise che avrebbe lottato fino alla fine per te e fu di parola. Quanta speranza nei suoi occhi quando le indagini portarono a credere che i medici e gli infermieri fossero responsabili di omicidio colposo, quanta delusione quando furono assolti.

Terribile il sospetto che in carcere qualcuno ti avesse fatto del male, un tarlo che non ha mai abbandonato la tua famiglia. Ma secondo i giudici tu eri morto per epilessia. E tu epilettico lo eri davvero, e anche molto magro, ma l’epilessia non spezza la spina dorsale, non riduce un corpo come quello che è stato restituito ai tuoi genitori e che le foto impietose ci hanno mostrato. Dunque arrendersi? Stai tranquillo, Stefano, Ilaria non lo ha mai fatto: il tuo caso ha interessato l’opinione pubblica, ha dato occasione persino ad Amnesty International di chiedere invano che in Italia venisse finalmente approvata una legge contro la tortura. La testardaggine di Ilaria ha fatto sì che le indagini fossero riaperte e ora, dopo sette anni, è stato chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale per tre carabinieri. No Stefano, non è ancora finita e non possiamo sapere cosa ti sia davvero successo fin quando il giudice non lo stabilirà. Però tutti noi, come Ilaria, abbiamo fiducia nella giustizia.

Una cosa però la sappiamo: che tu avevi sbagliato e che avevi diritto al tuo percorso di riabilitazione. Perché lo dice la Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. E lo Stato non punisce, ma accoglie, sostiene, corregge.

No, non avresti dovuto trovare la morte lì dove avresti dovuto rinascere. Avevi solo bisogno di qualcuno che ti riportasse al punto di partenza, proprio lì dove eri rimasto: al Parco degli Acquedotti in un pomeriggio di un’ottobrata romana.

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