Se Federer ferma la ruota del tempo

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“Eran las cinco de la tarde, eran las cinco en punto de la tarde en todos las relojes”: perché il poeta fissa in modo così ossessivo – con parole note in tutto il mondo – il momento in cui il toro incorna e uccide il suo amico Ignacio Sànchez Mejias? Perché la ruota del tempo in rari casi segna un’ora indelebile, indimenticabile, carica di significati che vanno al di là del tempo, e diventano paradossalmente metafisici, proprio laddove il tempo che avanza è quanto di più certo e immanente ci sia.

A partire dal 29 gennaio 2017, esattamente alle ore 23, 15 minuti e 28 secondi, un evento come quello famoso accaduto in Andalusia è accaduto in Australia, non nell’arena sporca di sangue, ma sul cemento di un campo da tennis. Roger Federer ha fermato la ruota del tempo, quando l'”occhio di falco” ha stabilito che la palla era rimasta in campo e che il 35enne Federer aveva battuto Nadal in 5 set, contro ogni previsione, alle 23:15 e 28 secondi. Che Federer si sia messo a piangere accresce la nobiltà dell’uomo in un’epoca di robots istupiditi dalla “cultura” artificiale del tempo.

Il dogma latino del “tempus fugit”, nello sport si traduce con un detto semplice e brutale: “they never come back”, raramente smentito, e semmai su scala infinitamente minore rispetto a quanto successo in Australia: nessuno ferma il tempo, nessun campione, superato lo “zenith” torna ai suoi splendori. Federer si era imposto a Wimbledon nel 2012, dove dal 4 all’8 luglio arrivando alla vittoria su Murray aveva battuto tutti i primati possibili. In seguito però c’erano state più delusioni che gioie. La voglia di continuare, esibita comunque con una grande dignità, sembrava quella patetica dei grandi che non riescono a smettere. Gli acciacchi alla schiena e agli adduttori non contribuivano di certo a migliorare il quadro generale. Ma a Melbourne Roger batte Berdych e Nishikori e va in finale contro Nadal, reduce da 5 ore di lotta per battere Dimitrov e con un giorno in meno di riposo.

Eppure nessuno dà una chance a Federer, men che meno quando in parità dopo 4 set chiede un time-out per assistenza medica, ancor meno quando perde il servizio in entrata e si trova sotto (1-3). È a questo punto che entra in gioco la metafisica come dice il suo grande ammiratore, lo scrittore americano David Foster Wallace, in gioventù discreto tennista che definisce Roger “una creatura insieme di carne e in quale modo di luce”, sostenendo pure che “il tennista controllava il corpo e le sue estensioni artificiali”, dove Wallace arriva a ipotizzare che le gambe e le braccia dello svizzero siano appunto nello stesso tempo naturali e artificiali, nel senso dell’arte, della poesia, dell’indicibile. Questo è quanto accaduto in Australia il 29 gennaio dell’anno 2017, a 13 anni (!) dalla prima vittoria. E nell’ambito di un altro orologio fermato, quello dell’evoluzione dello sport, quello che segnava il trionfo dei “picchiatori”, dei bruti della racchetta, del trionfo della forza sulla “techné”, dell’additivo chimico sulla carne e sullo spirito umano, rendendo inutile il nobile mestiere dell’artigiano che con un corpo di creta o di metallo o grazie al suo, crea oggetti o inventa gesti meravigliosi e naturali. Da questo momento possiamo cullare una speranza: che la forza fisica aiutata dal doping venga sconfitta dall’abilità tecnica, che in Federer si sposa all’estetica, caso raro nello sport, ammirato tra l’altro in un altro grande svizzero Hugo Koblet e nel bellissimo Livio Berruti visto nel 1960 sui 200 a Roma sconfiggere i poderosi americani in assoluta “souplesse”.

Il rischio è che l’esteta viva secondo il dogma “l’art pour l’art”, che considera la pura bellezza e il gesto in sé superiore al risultato, al fine dello sport, e che preferisce la sconfitta alla sconfitta dei suoi principi, estetici, appunto. Quante volte abbiamo avuto questo sospetto vedendo Federer azzeccare colpi sublimi senza scomporsi, simile al discobolo di Mirone a al Mercurio di Prassitele. Simile a un atleta greco dal corpo scultoreo, bellissimo nel movimento e nello sforzo, e poi mancare colpi banali.

Ma forse i momenti di “black-out” di Federer fanno parte del mistero di molti grandi del Rinascimento che nei loro capolavori lasciavano intravvedere qualche strano tratto estraneo all’opera. Forse il vero artista deve fare qualche errore per non diventare, come dice Wallace, pura luce, per restare fra noi umani.

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