Donald Trump e l’ultima sconfitta Sioux

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La nemesi dei Dakota, sconfitti per l’ennesima volta, è evocativa forse molto più di tante altre cose in merito alla politica di Trump. La pipeline sui loro territori si farà, lo hanno detto gli ingegneri, mandati pro forma dal presidente cow boy.

Furono la sinistra e il ’68 a ridare dignità ai nativi americani dopo un secolo di sangue, morte e degenerazione. Fu il cinema americano, investito come un albero dal vento della protesta, a raccogliere da terra con grande deferenza il valore dei Sioux, dei Nasi forati, dei Navajo, degli Zuni e dei Pawnee. L’astio di John Wayne in sentieri selvaggi, dove il nativo americano era un indigeno infido e assetato di sangue, si trasforma in meraviglie della settima arte, come “Il piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman, o “Soldato blu” di Nelson sul massacro del Sand Creek. Il genocidio americano entra prepotentemente così anche nella storia europea, che da poco era uscita dalla Seconda guerra mondiale e dall’invasione nazista. L’Europa finisce così per simpatizzare coi guerrieri a cavallo dai copricapi di penne che affrontavano i soldati armati di archi e frecce.

Adesso Trump ha decretato la sconfitta dei Sioux Dakota, una sconfitta amara. Quello che Obama aveva fermato è stato ripristinato in pochi giorni da un presidente per cui i diritti delle minoranze contano meno di niente. E questa ne è, in fondo, la simbolica dimostrazione. 9 arrestati per aver insultato la polizia, l’ultimo epilogo dei picchetti Dakota, dei fieri abitanti di quelle praterie il cui oro non sono più i bisonti, ma il petrolio.

Nel 1890, 127 anni fa, si consumò uno dei più tristi massacri della storia Nordamericana: a Wounded Knee, centinaia di nativi furono uccisi perché praticavano la danza degli spiriti. Ballavano aspettando il messia che uno sciamano gli aveva promesso. Morirono in mezzo alla neve. I soldati lasciarono i feriti ad assiderarsi. Tempo dopo, negli anni ‘70, per protesta si barricarono di nuovo lì, nel luogo del massacro, contro il governo federale. Dopo mesi di stallo, circondati dalla guarda nazionale, abdicarono, lasciando sul terreno qualche morto. Oggi, quello dell’oleodotto nel nord Dakota, è l’ennesima Woundeed Knee: non ci sono morti, ma muore per l’ennesima volta l’orgoglio di una nazione.

Questo è, oggi, Trump: lui è quella parte dell’America per cui la pietà è un lusso per checche della California. Nelle immagini della protesta tra quei magnifici visi ramati, scorgiamo codini biondi e barbe rossicce. Come quelli degli Hippy che sostennero la protesta indiana degli anni ‘70 a Wounded Knee. Questa è l’altra America, quella del ‘68, che protestava contro il Vietnam, quella dei diritti civili, quella dell’accoglienza, dell’amore e della condivisione. Oggi l’America è un po’ più triste, mentre i guerrieri sfilano nella fredda prateria, lasciandosi dietro scricchiolii ghiacciati dietro le spalle, come le piccole anime congelate dei propri antenati. È una guerra tra due Americhe quella che si sta svolgendo oggi. Un motto Lakota recita: “quando un uomo si allontana dalla natura, il suo cuore diventa duro”.

E raramente il cuore di un presidente degli Stati Uniti è stato così lontano dalla sua terra.

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