Gobbi, vuoi vedere che se la cava con un audit?

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Lunedì sera stavo parlando con amici ticinesi e, tra una chiacchiera e l’altra, è uscita quella che sembrava una boutade: “vuoi vedere che ora se la cava con un audit?”. Impossibile, mi sono detta, anche perché l’audit in sé, nel dizionario economico, è una verifica di un bilancio o delle procedure di un’azienda e, in quest’ultima ipotesi, viene lanciata quando gli alti ranghi di un’impresa non hanno più fiducia nei quadri direttivi. Anzi, in molti casi viene lanciata dal nuovo management, chiamato a ripristinare una situazione deteriorata dai manager uscenti.

In questo caso parlare di audit è un’ulteriore offesa all’intelligenza comune, perché uno dei compiti di un ministro è quello di fare funzionare le cose nel dipartimento che dirige, dipartimento che non rappresenta solo una scrivania con poltrona in pelle umana ma l’insieme degli strumenti che il ministro deve usare per esercitare il proprio mandato.

Il cittadino e lettore si è già accorto che qualcosa non quadra: se il ministro fa bene il suo lavoro non c’è bisogno di audit. Se il ministro fa male il suo lavoro se ne deve andare a casa.

Quel “non lascio il timone” detto da Gobbi è un’immensa presa per il sedere. La questione non è cosa decide o non decide di lasciare, la diatriba si snoda lungo un asse molto più raffinato: se sei stato chiamato a utilizzare gli strumenti a tua disposizione per il bene del Cantone e hai dimostrato di non saperne fare uso, scaricando per di più la responsabilità sugli altri (gli italiani, i rigommati, la gestione precedente, le gemelle Kessler possedute dallo spirito di quel ribelle di Enzo Paolo Turchi), te ne devi andare.

Peggio: non solo Norman Gobbi non è riuscito a fare buon uso dei poteri che deve esercitare per mantenere il suo ruolo ma, ad aggravare la situazione, ha bisogno che qualcun altro al suo posto gli dica cosa fare. L’audit, visto così, andrebbe fatto dopo avere allontanato il ministro.

La reazione di Gobbi, il suo continuo essere infuriato (con tutto e tutti, tranne che con se stesso… per carità) è la dimostrazione lampante del non volere assumersi la responsabilità dei propri errori. E chi diavolo può rappresentare uno che ha chiesto di essere eletto e che per mesi ha fatto la voce grossa ripetendo a comando che “alle Istituzioni decido io”? Se è vero allora è tutta colpa sua. A questo punto Gobbi deve definitivamente scegliere: o è bugiardo oppure le sue capacità sono decisamente al di sotto di quelle richieste per governare.

Il timone non lo deve lasciare. Quel timone non è più suo, e se non lo lascia lui, per il bene di tutti i passeggeri, qualcuno deve toglierglielo dalle mani.

(Gran finale leghista: disegnino?)

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