Prima lezione a Trump: Constitution First

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Il Presidente assale il giudice che ha fermato il ban”, così il Washington Post di oggi ha titolato il resoconto sulla decisione di James Robart, giudice federale di Seattle, di sospendere il “Muslim ban” di Donald Trump.

Su questo sventurato giudice, infatti, si è abbattuta l’ira presidenziale tramite una tempesta di tweet. E si comprende perfettamente il rancore di Trump: si è confrontato con la legge e, per ora, ha perso. Un conto è ciarlare in allegria in campagna elettorale, prendere per i fondelli elettori prontissimi a farsi fregare, twittare come un adolescente. Un altro è trovare qualcuno sulla tua strada che ti spiega cosa sia la legge, come funzioni e che, soprattutto, ti dice che anche un Presidente deve rispettarla.

Questa vicenda non ci ha solo regalato il primo delirio firmato da ‘sto castigo di Dio, non solo ha dato a vari avventati la libertà di dire la balla che “sta continuando la politica di Obama” (balla smentita sempre sul Washington Post di oggi, nonché dal buon senso) ma ha, soprattutto, spiegato la grandezza della democrazia liberale americana. Per un miliardario che considera la funzione presidenziale come se fosse Zio Paperone nel deposito, ci sono vari contrappesi che gli ricordano come un’investitura popolare non sia l’instaurazione di una dittatura in nome di quel popolo stesso. E il fatto che il giudice Robart sia un repubblicano nominato da George W. Bush rende il tutto ancora più, come dire, gustoso.

Un recente sondaggio Gallup afferma che il 55% degli interrogati è contro il “Muslim Ban”, il 60% contro il Muro con il Messico, il 58% contro la mancata accoglienza dei profughi siriani. Ma occhio, la risposta non arriverà dai suoi elettori: l’80% dei Repubblicani, infatti, concorda con le politiche di Trump. Quando i vari “Hillary non era di sinistra, Trump è uguale” torneranno alla ragione, si potrà iniziare a lavorare per un’alternativa a questa deriva così mirabilmente ritratta dallo Spiegel in edicola questa settimana.

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