Quale scuola per i lavori di domani. Intervista a Manuele Bertoli

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Robotica, automazione di flussi e di processi, Industry 4.0, intelligenza artificiale (AI) e deep learning sono solo alcune delle tecnologie che minano non tanto le professioni, quanto la necessità di risorse umane.

Sedicenti esperti e futurologi di professione sono già in grado di scommettere che il 40% dei lavori attuali non esisterà più. Non dicono quali, non dicono quando, non dicono neppure quali dati consultano per stimare il fenomeno.

È tuttavia innegabile che è già in atto una rivoluzione e questa si farà sentire in modo più massiccio con il passare degli anni. È altrettanto innegabile che delle professioni verranno ridimensionate ma altre ne verranno create. L’automazione, in ogni sua forma e in ogni comparto economico, svolgerà i lavori più ripetitivi, serviranno quindi lavoratori capaci di apportare contribuiti creativi e altamente profilati. Si va verso una condizione di “micro-impiego” che porterà con sé un potente stravolgimento culturale, tanto potente che la transizione – a carico anche dello Stato ma soprattutto delle famiglie e delle sinergie tra i singoli attori – deve partire sin da subito.

Cerchiamo allora di capire, con l’aiuto dell’onorevole Manuele Bertoli, di cosa ha bisogno la scuola e cosa sta facendo il Ticino per preparare i professionisti di domani.

Il mondo del lavoro ha bisogno sempre più di competenze e meno di nozionismi. La scuola ticinese percepisce questa sfida?

Per rispondere a questa domanda dovremmo definire per bene cosa sono le competenze e cosa sarebbero i nozionismi. Al di là di questo, il mondo di domani, come quello di oggi, non ha bisogno solo di lavoratori, ma prima di tutto di cittadini. Di persone che abbiano un bagaglio culturale di base sufficiente a comprendere la complessità di quanto succede nella realtà sociale. La scuola dell’obbligo deve rispondere prima di tutto a questa missione e formare i futuri membri della collettività, che saranno anche lavoratori, ma non solo. Poi, nella fase della formazione postobbligatoria, le scelte professionali diverranno specifiche, ogni allievo e allieva sceglierà il suo percorso. Gli adulti di domani dovranno essere prinma di tutto competenti culturalmente e poi professionalmente.

La logica computazionale sarà una delle doti imprescindibili per i professionisti di domani. È blasfemo pensare di insegnare “coding” (semplici logiche di programmazione) già nelle scuole elementari?

Non ritengo sia necessario anticipare le cose, non conosco Paesi a noi vicini che vanno in questa direzione estremamente anticipatoria. Bisogna restare aperti ai cambiamenti, ma l’offerta scolastica nei primi anni è già attualmente piuttosto carica.

C’è modo di digitalizzare la scuola, inserendo nei programmi didattici l’uso di tecnologie come la stampa 3D e ricorrendo a metodologie più moderne, come ad esempio l’utilizzo di software per l’apprendimento o la realtà aumentata?

Stiamo facendo passi avanti nell’uso delle tecnologie nella scuola, partendo purtroppo da un certo ritardo e selezionando gli elementi della tecnologia che sono davvero utili a migliorare la scuola. In questo ambito è necessario rimanere flessibili e aperti, ma non bisogna innamorarsi di tutte le novità.

I docenti ticinesi premono in questa direzione? Sono preparati a questo cambio di passo e di mentalità?

I docenti non premono particolarmente in questa direzione, ma i passi avanti li potremo fare solo coinvolgendoli. Il Centro delle risorse didattiche e digitali ha diversi progetti aperti in questo ambito.

In un post che ha pubblicato sul suo blog durante il mese di marzo del 2016, ribadisce di avere un orecchio sempre aperto sulle necessità degli insegnanti. C’è modo di ascoltare anche famiglie e imprenditori, per coinvolgere il maggior numero di attori nei processi educativi?

Certamente, è opportuno e necessario, purché ognuno esprima le proprie visioni dal proprio punto di vista e non intenda spiegare agli altri come fare il loro lavoro. La scuola deve essere luogo di continuo confronto, nel rispetto dei diversi ruoli.

I lavori del futuro e il modo in cui si svolgeranno sono temi caldi per molti governi, non solo svizzeri, che si rivolgono a esperti. Il Ticino intende varare collaborazioni con sociologi e psicologi del lavoro o con altre figure altamente skillate sull’argomento?

La ricerca in questo ambito deve rimanere aperta, ma non siamo i soli a voler sapere cosa ci riserva il futuro e a non saperlo con precisione. Per questo la formazione di base deve essere a 360 gradi e quella specialistica deve rimanere flessibile ai cambiamenti. Per questo è indispensabile investire nella scuola dell’obbligo e mantenere duttile la scelta dei curricoli postobbligatori.

C’è molta incertezza riguardo all’evoluzione del mercato del lavoro. In questi frangenti diventa complicato scindere ciò che è urgente da ciò che è importante. Per lei quali sono le priorità e quali gli aspetti importanti ma meno urgenti?

Pur in un contesto in continuo cambiamento, credo sia indispensabile aiutare ragazzi e ragazze a capire qual è la strada che suscita in loro interesse e al contempo informarli su quali siano al momento le professioni più promettenti dal profilo occupazionale. Poi dovranno essere loro a scegliere cosa fare, non lo Stato o altre organizzazioni. Il sistema formativo, dal canto suo, deve adattare la sua offerta anche akll’evoluzione delle professioni ed essere pronto a modificarsi nel tempo.

L’Economist ha dedicato una lunga serie di articoli al tema delle professioni di domani, uno di questi, particolarmente stimolante, inizia così: “quando l’istruzione non riesce a tenere il passo con la tecnologia, il risultato è la disuguaglianza […] la tecnologia sta causando anche una rivoluzione nell’educazione e nell’apprendimento”. Cosa c’è di vero in tutto ciò, secondo lei? C’è un piano di azione per la scuola di domani? Sono previsti stanziamenti?

In termini generali è un’affermazione condivisibile, ma non credo che nemmeno l’Economist possa tradurre questo principio in piani precisi e in stanziamenti precisi. La Svizzera è molto avanti nel ranking dei Paesi innovativi, ma questo non è dato da particolari stanziamenti, che vanno comunque garantiti, ma soprattutto dalla flessibilità del sistema di formazione.

Una delle chiavi culturali per il cambiamento che si prospetta come necessario, risiede nelle politiche che creano crescita e non decrescita. In questo caso per “crescita” si intende la globalizzazione e l’apertura culturale, mentre per “decrescita” si intendono le occlusioni nazionalistiche e campanilistiche. Come è possibile conciliare una politica d’apertura in un Ticino che appare sempre più chiuso? Lei, onorevole, ha qualche idea?

Quando penso alla formazione dei futuri adulti come cittadini prima che come lavoratori, penso alla necessità di dar loro gli strumenti per capire anche queste cose. Per capire che il nazionalismo ha sempre prodotto conflitti, per capire che i nostri interessi sono curati bene se considerano anche quelli degli altri, per capire che continuare a cercare capri espiatori non risolve alcun problema. Se la base culturale permetterà agli adulti di domani di capire questo, la specializzazione professionale avverrà in un contesto positivo, anche se richiederà di essere frequentemente riaggiustata o riorientata.

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