Sfascio in casa Gobbi, non è storia di oggi

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“Abbiamo paura, ma tutto ciò che diciamo può essere confermato dalle vostre indagini esterne, liste ecc, visto che all’interno tutto viene insabbiato. Come le nostre due lettere del 2015, una addirittura con le medesime cose scritte qui e cestinate da chissà chi. Grazie, aiutateci. Questo ufficio sembra un mercato delle pulci e dal 2013 in poi è addirittura peggiorato.”

Questa è la parte finale della lettera anonima pervenuta alla stampa, in cui tre impiegati dell’ufficio migrazione lancerebbero un accorato appello per il dissesto e le disfunzioni dell’ufficio stesso. Nella lettera si trovano elenchi di persone, comportamenti e disguidi pesanti che coinvolgerebbero gran parte della struttura. Noi non chiediamo le dimissioni di Gobbi, riteniamo che questo sia un problema suo ed eventualmente del suo movimento politico. Ci preoccupiamo però delle condizioni di un dipartimento che a parole sembra funzionare, ma nei fatti sembra decisamente allo sbando.

Abbiamo atteso riguardo alla vicenda della pubblicazione della lettera anonima, perché non è da noi dare seguito a scritti in incognito. È anche vero che, la lettera, è stata stilata evidentemente da qualcuno che è effettivamente all’interno degli uffici, anche perché la conoscenza delle persone e delle procedure è precisa e minuziosa. Da qui a dare credito a tutto lo scritto ce ne passa, possiamo però dire che questa lettera è la punta dell’iceberg di un disagio reale all’interno del DI. Questo scritto ci dà comunque lo spunto per fare alcune considerazioni (che dovrebbero preoccupare i cittadini) in merito al buon funzionamento degli uffici del DI e segnatamente dell’Ufficio della migrazione.

Prendiamo ad esempio le infiltrazioni mafiose. Partiamo da un semplice assunto: se una “banda di 25enni” è riuscita a mettere in piedi un traffico di permessi falsi che ha coinvolto una dozzina di persone e diversi impiegati del DI, cosa sarebbe in grado di fare una cosca della ‘ndrangheta o della camorra? A negare diramazioni di questo tipo in Ticino sembra rimasto solo Gobbi che, in una risposta a un atto parlamentare del 2015 a firma Ferrara e Pagnamenta, dichiarava tranquillamente che il problema non sussiste. E pensare che già nel 2013 il giudice Villa in merito a un imputato entrato in Ticino e munito di permesso di dimora si domandava come fosse possibile che una persona con decine di precedenti penali potesse aver ricevuto il nulla osta del dipartimento. Il tribunale federale, allora, tacciò il dipartimento di superficialità. Anche l’AITI, anni fa, fece sue queste preoccupazioni, coinvolgendo l’allora procuratore Ducry. Insomma, non proprio voci isolate.

Gobbi sotto questa pressione, alla lunga, sembrò tirare i remi in barca. Leggiamo infatti in un articolo del 2013: “…Norman Gobbi ha ribadito agli uffici che si occupano del rilascio dei permessi di continuare ad interpretare e applicare in maniera la più restrittiva possibile le norme vigenti in materia di stranieri”.

Dunque, un presunto giro di vite per mettere un freno alla disinvolta gestione dei permessi. Che, alla luce dei fatti odierni, sembra un po’ una presa per il sedere. Un Gobbi tutto chiacchiere e distintivo, verrebbe da dire.

Inoltre, la recente disavventura di Tiziano Galeazzi, passata in sordina, apre una discussione su quanto certi personaggi possano inserirsi nel nostro tessuto sociale in barba ai casellari giudiziali. Idem, come diceva “il Caffè” per i rapporti con l’ex leghista Luciano Poli e la mafia calabrese. Le precedenti leggi svizzere, per fortuna modificate, permettevano a bancari e fiduciari di essere teste di ponte per persone con precedenti penali o inchieste in corso in Italia. Senza pensare che l’affiliazione a una cosca non è necessariamente riportata in un casellario giudiziale, e lo stesso vale per persone che hanno rapporti di parentela con mafiosi ma sono incensurate.

Ora si parla del famoso Audit, un bel pasticcio anche quello. A presiederlo sono stati chiamati l’ex giurista Guido Corti e Pierluigi Pasi, ex procuratore del Tribunale federale senza all’attivo nemmeno un processo. Se la nomina di Corti, giurista del Gran consiglio e oggi pensionato, lascia perlomeno perplessi, quella di Pasi crea evidenti malumori all’interno dei partiti, visto che era alla testa di un progetto pilota proprio per la riorganizzazione dell’Ufficio delle migrazione (che non sembra molto riuscita, per usare un eufemismo) e, oltretutto, esercita la professione di avvocato presso gli uffici di Gigio Pedrazzini, ex direttore del DI.

Oggi invece ci ritroviamo di fronte appunto, un giro di permessi falsi che fa pensare non solo a una gestione dilettantesca degli uffici ma, come insinua la lettera anonima, a un vero e proprio dissesto, dove gli amici degli amici fanno un po’ quello che vogliono. Gli estensori parlano di nepotismo, sessismo al limite dello stalking e disorganizzazione. E se a questo aggiungiamo gli inesistenti controlli degli ispettori del lavoro, sottodimensionati in effettivo mentre si continua ad assumere poliziotti, ci si chiede davvero come gestisca Norman Gobbi il suo dipartimento.

Concludiamo, rimandandovi a un bell’articolino sul sito di Norman Gobbi, risalente al gennaio 2015, dunque di più di due anni fa. Vi ingolosiamo con alcune frasette, ma leggetevelo tutto e traete da soli le vostre considerazioni.

Permessi facili, la Lega si da da fare: Norman Gobbi l’aveva annunciato all’indomani della votazione del 9 febbraio ed è stato di parola: ormai da tempo sono in atto più controlli approfonditi sulle richieste di emissione e rinnovo dei permessi…”

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