Siamo tutti potenzialmente stranieri. In morte di Todorov

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In piena crisi dei rifugiati, era l’agosto del 2015, Tzvetan Todorov si chiese quante persone sarebbero ancora dovute morire annegate o asfissiate cercando fortuna in Europa perché i governi si accorgessero di questo dramma. Da una posizione non anti qualsiasi cosa, non da intellettuale pop, non da svegliatore di coscienze col megafono. Ma da quella di un filosofo, di un intellettuale che aveva capito come una crisi per lui provocata (anche) dall’Occidente non potrà mai essere risolta dall’Occidente stesso. O almeno, non da questo Occidente ripiegato su se stesso.

Bulgaro ma francese a tutti gli effetti – si trasferì a Parigi nel ’63 per studiare con Roland Barthes –, Todorov ha sempre condannato il suo Paese per gli interventi in Mali e Repubblica Centroafricana, come ha indicato negli interventi capitanati dagli USA in Iraq e Afghanistan il famoso pugno all’alveare che ha provocato lo sfascio cui assistiamo, inermi, da anni. Perché per Todorov non sono invasori i disperati alle frontiere e in mare sui barconi, e non è nemmeno tutto riducibile allo “Scontro di civiltà” definito da Huntington. La paura, il cruccio di Todorov è sempre stato che un’Europa ogni giorno più chiusa su stessa portasse alla morte stessa della cultura, di per sé dinamica, aperta, trionfo di influenze e persone con le loro storie, le loro vite, le loro esperienze. Ha combattuto fermo contro una vulgata sempre più avversa, anche dopo gli attentati jihadisti in Francia e, soprattutto dopo la strage di Nizza, si disse convinto che “la xenofobia e le pulsioni sull’identità tradizionale non sono destinate a durare”. Non era cieco: sempre dopo Nizza anche Todorov ammise che, pur essendoci problemi con ogni religione che diventa ideologia politica, con l’Islam la questione è un po’ più grave. Ma senza dimenticare che il multiculturalismo è il naturale sbocco del movimento dei popoli.

Un movimento che sempre c’è stato, e sempre ci sarà.

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