Tim Cook, Elon Musk e Jack Dorsey? Ometti a caccia di pubblicità

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Le politiche restrittive di Trump sono qualcosa di diverso da ciò che sembrano, sono anticamera delle leggi razziali. Ognuno è libero di assumersi il dovere di trarre le proprie conclusioni. Ciò che resta inconfutabile è la capacità del neo-presidente di spaccare l’America in due, con ripercussioni che vanno al di là delle manifestazioni a suon di mouse.

Lo scorso fine settimana l’aeroporto JFK di New York è stato teatro di una massiccia dimostrazione in favore delle persone bloccate dall’ordine esecutivo firmato dall’inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue. Un executive order vigliacco, non tanto perché – come hanno scritto i media meno informati – il presidente Usa non ha bloccato i cittadini dei paesi in cui ramifica i propri affari privati ma, molto più semplicemente, un atto che penalizza tutti in nome di pochissimi. Una presa di posizione oscena e barbara che va molto lontano dal make America great again, a meno che Trump non si riferisca l’America del proibizionismo, delle differenze razziali e della negazione dei più elementari diritti umani.

Per combattere la disoccupazione Trump ha intenzione di condizionare il liberismo americano (quello che contribuiva a rendere l’ America great, in the past) imponendo dazi sui beni forniti da aziende stars&stripes e prodotti all’estero. Il pericolo, almeno sul medio-lungo periodo, è quello di generare inflazione che frenerebbe i consumi creando disoccupazione. La ricetta sembra ottusa, ma God bless the United States of America.

Ed è qui che intervengono Tim Cook (Ceo di Apple), Elon Musk (imprenditore poliedrico e seriale, a capo di Tesla), Jack Dorsey (fondatore e Ceo di Twitter) i quali, con una sola voce, ribadiscono quanto sia importante la presenza di culture meticce nelle aziende che hanno creato e/o dirigono e che non sarebbero ciò che sono senza la presenza di immigrati.

Dello stesso avviso Sundar Pichai e Satya Nadella, rispettivamente Ceo di Google e di Microsoft i quali, però, non fanno stato perché sono due fucking indians. Il concetto è stato ribadito da gentucola che nella vita non ha combinato nulla, tra i quali un certo Mark Zuckerberg che ha rincarato la dose osando aggiungere “gli Usa sono una nazione di migranti” e da Travis Cordell Kalanick, uno dei tizi che ha dato vita a Uber.

C’è anche chi ha fatto di più. Sergey Brin, co-fondatore di Google, era all’aeroporto di San Francisco e ha testimoniato live la sua vicinanza ai migranti bloccati (shame on him!). Evidentemente lo scellerato Sergey stava cercando solo visibilità perché nessuno, ma proprio nessuno, sa chi sia. Il fatto che anche lui sia stato un refugee va considerato solo di sponda.

Reed Hastings, fondatore di Netflix, ha spostato verso l’alto l’asticella della profondità di pensiero: “questi provvedimenti sono pericolosi e danneggiano i valori dell’America”. Le sue parole sono però da relativizzare, perché è un cattocomunista con la Porsche e il Rolex.

C’è poi la questione del mexican wall, che Trump vorrebbe fare erigere (probabilmente thanks to help of chinese people) dando un calcio in the ass ai colossi delle automobili che hanno decentralizzato la produzione proprio al di là del confine con il Messico.

È evidente che tutti questi falliti abbiano voluto dire la loro solo per difendere il diritto di assumere manodopera sottopagata con cui play cat and mouse, senza apportare nessun valore all’America. Siamo ad un passo dal disaster e tutti i media – anch’essi spaccati in due – stanno cominciando a cogliere l’essenza dei giorni convulsi che stiamo vivendo. Oddio… tutti… tutti tranne il Mattino che (link su Archive.is) con una gallery si limita a spiegare la parte meno importante della faccenda. I discorsi più elevati, evidently, ai loro lettori non li propongono.

Quindi, mettendo sul piatto lo scontro Trump vs. imprenditori di scarsissimo successo in cerca solo di un po’ di visibilità, chi ha ragione? Un presidente scomposto e pieno di livore oppure gente che ha lasciato la propria impronta nell’economia mondiale? Le limitazioni delle libertà sono ancora legittime o, meglio, c’è qualcosa che le legittima? La politica di Trump farà proseliti o rappresenta la più infima deriva dei populismi odierni? Ognuno trovi (se vuole) le proprie risposte. E fuck the rest.

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