A furia di tirar la corda, quella si spezza

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Dopo il cartellino giallo del primo turno, ieri è arrivato quello rosso: Oskar Freysinger non è stato riconfermato nel Consiglio di Stato vallesano. Una situazione, quella di un uscente che viene sconfitto, che il cantone romando non vedeva dal 1937. Come ci si è arrivati? Cosa significa? Potrà succedere anche in Ticino? Vediamolo in quattro punti.

1. L’entrata in campo di Darbellay

Questa è una sconfitta che viene da lontano. Quando l’ex presidente del PPD Darbellay manifestò l’intenzione di candidarsi, disse che in caso di elezione avrebbe voluto per sé il settore della formazione: quello di Freysinger. Ciò voleva dire o depotenziare, sconfessandolo, il Consigliere di Stato democentrista o, addirittura, non farlo riconfermare. Il PPD e il PLR hanno avuto ragione dell’UDC conducendo una campagna concreta e dritta al punto, contrapponendosi al populismo di Freysinger, spiegando con dovizia al popolo vallesano perché il governo necessitasse di una svolta. I titoli della stampa romanda in edicola stamattina sono lapidari: Le Matin conia il termine “Freyxit”, La Tribune de Genève parla di vallesani “esasperati che espellono Freysinger”, Le Temps scrive di “sanzione del popolo”. La misura era evidentemente colma.

2. Leader politici e rapporto con la propria base

Le intenzioni dei politici, anche di grido, non sono mai sufficienti da sole. In questa campagna elettorale, e in special modo nelle due settimane precedenti al ballottaggio, ha funzionato perfettamente la comunicazione tra i leader borghesi e la propria base. “Il popolo”, feticcio sbandierato dall’UDC a più riprese, ha risposto in massa votando, e preferendo a Freysinger, lo “sconosciuto” (titolo di 24 Heures) Frédéric Favre, ex pezzo grosso della Migros e in politica da un anno. Favre ha migliorato moltissimo il proprio risultato nell’Alto Vallese, feudo della destra. Se da un lato nessuno ne poteva più di quello che nella tornata precedente fu il più votato, va riconosciuto al centrodestra di aver condotto un’ottima campagna.

3. La sconfitta del populismo

Questa è stata una sconfitta del populismo, e una sconfitta di Trump” ha detto Darbellay davanti ai microfoni appena spogliate le ultime schede di Martigny e Sion. Ed effettivamente è così: Freysinger ha pagato i propri eccessi. A furia di tirar la corda, quella si spezza. Le polemiche sulla sicurezza, sul burqa, la non eccezionale direzione del dipartimento della formazione e la sua scarsa vena diplomatica hanno portato lui alla “sanzione” evidenziata da Le Temps, e i vallesani a non poterne più di certi toni che invece da altre parti, ad esempio in Ticino, sono la fortuna di una parte politica.

4. Che lezione trarre?

Queste elezioni possono essere considerate un primo passo? Difficile dirlo. Però è un segnale, perché si sta parlando di Oskar Freysinger e non del primo Pejman che passa. Si sta parlando di un pezzo grosso anche a livello federale, più capopopolo che politico, più polemista che mediatore, uno da sempre sui giornali. Se si vuole che questo segnale diventi, in Ticino, un primo passo per far tornare protagonista la politica occorre che le forze borghesi traggano la lezione: battere gli estremisti si può. Ma combattendoli apertamente, non giocando a pedalare insieme sul triciclo quattro anni per poi fingere che siano i grandi nemici due mesi prima delle elezioni. Il populismo e, peggio ancora, la demagogia si battono prendendosi le proprie responsabilità e ribadendo il primato della politica sull’urlo, della mediazione sullo strappo, della costanza sul protagonismo. E se è riuscito a farcela nel cattolicissimo Vallese un cattolico che ha avuto un figlio fuori dal matrimonio da una tizia che ha detto di aver partorito “il figlio di Dio”…

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